CHI ERA KOLTES, L’AUTORE DEL MONOLOGO RECITATO DA FAVINO

Da giovane rinunciò alla scrittura. La storia comincia così, con un rifiuto. Il ragazzo Bernard-Marie Koltès era nativo di Metz, una cittadina del Nord francese che ancora oggi viene celebrata dalle guide turistiche per essere “un luogo accoccolato in un ambiente dal decoro ancestrale”. Decoro forse è proprio questa la parola che ha spinto il giovane Koltés (e rimarrà giovane per sempre perché morirà a 42 anni per le complicanze dell’Aids) a ribellarsi a quasi tutto. A ribellarsi alla classe medio borghese alla quale apparteneva, alle origini e forse anche ad un futuro che lui sapeva non essere una linea retta verso un progresso fulgido e illuminista.

La provincia francese...

Per questo cominciò a scrivere. Per ribellarsi. Ma poi arrivò il rifiuto della scrittura, il silenzio, la presa di distanza dalle parole che lui non voleva far scivolare nella banalità dell’ovvio. Poi per fortuna, nostra soprattutto, quella penna la riprese tra pollice e indice, e ricominciò a scrivere, tanto, tantissimo. Disconoscendo parte delle sue prime opere. Cucendo e ricucendo una tela che, più che la perfezione, ricercava l’umano che era in lui e negli altri.

Ed ecco che improvvisamente, anche se annunciato da una vita di rinunce e ripensamenti, arrivò il monologo La Nuit juste avant les forêts. Era il 1977. Una scrittura miracolosa, che fu preludio di altri testi che in Francia (e non solo) sono considerati pietre miliari della drammaturgia: Combat de nègre et de chiens o Dans la solitude des champs de coton. Ma è La Nuit juste avant les forêts che lo fa scoprire agli occhi del mondo. Siamo ad Avignone, al festival teatrale della omonima città: l’attore Yves Ferry porta sul palco le parole miracolose e schizofreniche di Koltès. Il testo già ad Avignone è molto apprezzato.

Ma poi si sa, sono gli incontri che creano il miracolo. Quella magia che porta registi, attori, drammaturghi a miscelare il corpo con la parola. Ed ecco che entra in scena Richard Fontana, un attore de La Comédie Française, che si innamora del testo e gli da (grazie anche alla regia di Jean-Luc Boutté, pilastro della Comédie) tutta la sua fragilità. Fontana insegue le parole, a volte le mangia, le ingoia, le urla, veloce, un guitto mai di maniera. Mimica facciale che dice tutto senza dire niente. Mimica da allucinato, drogato, pestato a sangue dalla vita. La bocca si contorce, gli occhi ti guardano fisso senza darti tregua. Anche Fontana morirà di Aids, apparteneva pure lui ad una generazione falcidiata da quel male che colpiva spesso proprio la genialità. E da qui, dall’incontro con Fontana, il testo vola.

... e il palco di Sanremo

Ed è questo testo che è approdato sere fa sul palco dell’Ariston, il palco più nazional-popolare della penisola italiana. Si è parlato molto della performance dell’ottimo Pierfrancesco Favino che grazie a Benedetta Cappon ero, molto prima di Sanremo, andata a vedere al teatro Ambra Jovinelli a Roma. Un mostro di bravura davvero Favino. Si è parlato della sua bravura infatti e di questa sua scelta ardita di portare un monologo complesso in un palco abituato a ben altro. Si è discusso parecchio, a tratti ci si è accapigliati. Ha destato meraviglia in alcuni e sconcerto in altri che il teatro sia piombato non solo in televisione (un mezzo in cui di fatto c’è anche, ma è sempre messo ai margini) ma addirittura nel bel mezzo della ritualità televisiva per eccellenza, quel festival della canzone che dal 1980, dalla gestione democristiana di Pippo Baudo, è diventato in tutto e per tutto il festival della televisione.

Le canzoni lo sappiamo tutti sono quasi superflue. Sono altri i canoni di giudizio di chi guarda Sanremo. Lì importa il vestito firmato, la battuta brillante, le gaffe e il modo in cui scendi (soprattutto se sei donna e se hai il tacco 12) la lunga scalinata del palco del teatro Ariston. Ricordo da bambina quanto si parlava molto di quella scalinata. Ricordo soprattutto, e non so bene perché (non me lo chiedete!), in particolare di una cantante, si chiamava Cinzia Corrado, e fu una delle tante meteore del festival, una cantante che trionfò una sola stagione e non lasciò nessuna traccia. Era il 1985 e ancora mi ricordo della sua geniale tattica nell’affrontare quelle ripide scale dell’Ariston senza cadere.

Era ironica, spavalda, Cinzia Corrado, con un look che ricordava la madonna di Like a Virgin. Eccola un passo dietro l’altro, ritmo, colpi d’anca, stop strategici, ammiccamento allo spettatore. Probabilmente aveva paura di cadere pure lei, a qualcuno era anche già successo, ma lei nascondeva questo timore dietro un’aria insolente e una voce acuta che sprizzava in fondo tutta la voglia di vivere di una giovane ragazza pugliese nata nella provincia di Lecce, a Supersano. Non so che fine abbia fatto questa cantante di una sola stagione. Ma quella scalinata e lei che canta Non voglio niente di più, niente di più mi è rimasta impressa nella memoria.

Il festival poi negli anni è diventato anche il palco delle rivendicazioni esterne. Se negli anni 70 gli operai facevano picchetti davanti alle fabbriche, già negli anni 80 rivendicavano la protesta dell’Italsider sul palco dell’Ariston, davanti al sacerdote Pippo Baudo. In un mondo dove tutto era visibilità e apparenza il picchetto in fabbrica non bastava più. Ed ecco che con i calzoni sporchi, l’aria vissuta, i capelli rossi che fuoriuscivano dal casco, ci si metteva buoni e moderatamente arrabbiati accanto ad un Pippo Baudo microfono munito e in religioso silenzio, come se fosse il prete che ti confessa e ti assolve.

Al festival in questi anni è successo davvero di tutto. Ci sono passati, lì per quel palco, femministe, scrittori, sindacalisti, lavoratori. Si è addirittura sventato un tentativo di suicidio, che molti considerarono all’epoca un evento studiato a tavolino e altri invece la potenza della signora televisione che tutto può, anche salvare vite come Dio.

L’incontro tra due mondi

Ma quando in questa edizione di Sanremo 2018 Pierfrancesco Favino ha recitato il monologo di Koltés, con la telecamera, che in modo pornografico gli illuminava gli occhi pieni di lacrime vere e sconcerto per un mondo che sta perdendo completamente la bussola, è successo qualcosa (almeno così è parso a me, ma mi potete smentire, non mi offendo) di inaspettato, quasi miracoloso. Il teatro ha avuto il sopravvento sulla televisione. Ha fatto vedere a milioni di spettatori, che a teatro ci vanno poco o non ci vanno affatto, la forza anticipatrice della parola sul rumore quotidiano a cui ci ha abituato la televisione di oggi.

Quando è arrivata in Italia la televisione puntava sulla qualità, sceneggiati con attori teatrali, programmi di intrattenimento intelligente, film classici, dibattiti spumeggianti, canzoni di paesi lontani. Io nella mia vita di prima ho visto tanta televisione. E ho imparato anche tanto da lei, non sono snob, lo confesso, anzi quasi lo rivendico. È in televisione che ho visto, ero piccola, uno scricciolo, Gianni Minà che portava nel suo Blitz Chico Buarque e fu inevitabile per me innamorarmi di quella musica brasiliana e degli occhi verdi di quel poeta-cantante che ha pochi uguali al mondo.

E poi come dimenticare gli sketch di Massimo Troisi con il sempre presente Pippo Baudo a Domenica In? Rimarranno nella storia. Ancora li cerco su YouTube. E poi come la mettiamo con Adriano Celentano e i suoi silenzi così carichi di non detto e senso di assoluto? Ecco c’era un mondo in televisione. Non il rumore a cui oggi ci hanno abituati i talk show e le mezze interviste sempre più vuote. LaTV generalista purtroppo (ed è per questo che ormai tutti noi scappiamo via rifugiandoci nelle serie di Netflix e nei video pazzi di YouTube) urla troppo. E spesso alimenta l’odio che si abbatte su chi sta ai margini o chi la nazione considera non conforme ai canoni estetici di un paese che appare sempre più alla deriva.

Ed ecco che Favino con il suo corpo virile, massiccio, un corpo così diverso da quello dell’androgino Richard Fontana che ha portato al successo il testo, ci ha dato non una lezione di teatro, ma una lezione di vita. Certo molti lo hanno attaccato. I razzisti perché faceva una politica secondo loro stucchevole e buonista. Gli antirazzisti perché quel testo “lo doveva fare un nero”. Ma altri hanno capito e si sono emozionati. Perché quello “straniero” (probabilmente la miccia della stesura del testo è nato dall’incontro di Koltés con un vero homeless) in effetti non è solo chi vive ai margini della metropoli e dell’estetica dominante, non è solo un uomo dell’est o africano o arabo. Quello straniero siamo di fatto noi tutti, immersi in una solitudine profonda che ci rende stranieri in primis a noi stessi e alla comunicazione con il mondo.

Un testo che già nel 1977 aveva intuito non solo il rovello dell’identità frammentata, ma anche la solitudine esistenziale che è la cifra della nostra contemporaneità. Ecco perché quel monologo in televisione è stato in qualche modo straordinario. Perché appunto ha fatto capire ad una televisione generalista morente che forse un’altra via è possibile per parlare dell’oggi. Una via che non contempla l’odio, la paura, le urla, le polemiche dei talk show, ma l’ascolto lento e calibrato dell’altro senza sovrastrutture morali o politiche. Un ascolto che è inevitabile ci bagna il volto di lacrime.

Un articolo di IGIABA SCEGO 13/02/2018

https://www.esquire.com/it/cultura/tv/a17246349/chi-era-koltes-lautore-del-monologo-recitato-da-favino-a-sanremo/


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Data ultima modifica: 23 febbraio 2018