ATENEO BOLOGNA. APPELLO DI UNA STUDENTESSA

BOLOGNA - All’inaugurazione dell’anno accademico, a novembre 2016, fu la prima giovane donna a parlare a nome degli studenti dell’Alma Mater nel ruolo di presidente del consiglio studentesco. E fu sferzante: "Smettetela di dire che state risolvendo il problema di piazza Verdi, perché vi dimenticate sempre di coinvolgere una parte rilevante dell’università e della città: noi studenti". Condannò il numero chiuso, reclamò diritti, spronò i professori ad esprimere vicinanza ai "colleghi turchi vittime di orrende epurazioni" e a chiedere verità sul caso Regeni.

Fabiana Maraffa, 24 anni, esponente della Sinistra universitaria, ora che si è laureata in Giurisprudenza e lascia il suo incarico accademico torna a richiamare i docenti a non tacere su cosa non funziona dentro le università e anche fuori. Lo ha fatto con una lettera aperta* consegnata al rettore Francesco Ubertini la scorsa settimana e pubblicata sul nostro giornale. Il suo è un appello ai professori dell’Alma Mater: “Serve un’università libera, che si esponga".

"Durante questi ultimi due anni - scrive la laureata - la rappresentanza studentesca e l’Ateneo hanno compiuto importanti passi avanti: la coraggiosa riforma della tassazione, l’accordo con Tper, la nostra presenza nel dibattito pubblico della città. Tuttavia la più importante delle battaglie non è ancora stata combattuta: una riflessione compiuta sul ruolo dell’università, della sua identità pubblica, laica e democratica". E ancora: "L’Alma Mater dovrebbe prendere parte al discorso pubblico. Serve un’Università che si esponga, che si assuma la responsabilità di esprimere la propria posizione. Indipendenza non vuol dire astensione. Oggi è una fondamentale responsabilità sociale quella di riaffermare che non c’è ragione di Stato che tenga: la didattica e la ricerca devono essere libere. Questo deve essere il merito di un’università pubblica, quale Bologna, che continua a brillare nonostante le poche risorse e le tante difficoltà. Il suo successo non lo misureremo nei ranking, ma nella convinzione, per gli studenti, di poter essere valorizzati dove si sono formati. Fintanto che andranno all’estero per non tornare più, questa missione sarà frustrata in modo ineludibile".

"Con riferimento alla classe accademica, sarebbe importante riflettere sul valore del titolo di Professore - continua la lettera - Per far ciò, basterebbe la sua etimologia: colui che professa, che dice pubblicamente. In quella etimologia c’è la chiave della responsabilità a cui – con ambiziosa umiltà – richiamo, attraverso questa lettera a lei, i docenti del nostro Ateneo. Dire pubblicamente, sul lato interno, ciò che non funziona nelle nostre Università, ma altresì esporsi pubblicamente su ciò che accade all’esterno. Del resto, sarebbero inutili al Paese intellettuali potenti ma silenziosi". Quello di Fabiana è un richiamo che segue di poche settimane l’appello agli intellettuali di Margherita Ciancio, studentessa di Lettere classiche all’Alma Mater, inviato alla rubrica di Concita De Gregorio: "Cosa aspettano a fare fronte comune, a contribuire alla costruzione di un discorso pubblico complesso, critico e onesto?".

Un articolo di Ilaria Venturi - La Repubblica Bologna 17/07/2018

*la lettera della studentessa:

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30 luglio 2018

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