ARRIVA IL VENTO E SLAM!

Le storie del maltempo nei racconti degli studenti dell’Istituto Professionale Alberghiero di Stato Dolomieu di Longarone.

Pochi giorni dopo gli eventi meteorologici che hanno sconvolto le valli della montagna veneta, trentina e friulana, avevamo lanciato un appello ai nostri autori e lettori di testimoniare con un racconto le storie di chi ha vissuto in prima persona questa catastrofe. Tra i diversi contributi ci sono giunti anche quelli degli studenti della classe 4ªE dell’Istituto Professionale Alberghiero di Stato Dolomieu di Longarone (Belluno), da parte di: Silvia Pauletti (Feltre), Alberto Caccaro (Sedico), Jessica De Zordo (Dosoledo), Matilde De Gasperi (Mel), Leonardo Montecchio (Belluno), Federico Casanova (Sedico), Marek De Toffol (Sedico), Giancarlo Corona (Erto) e Benedetta Andrich (Belluno).

Tra tutti i racconti la nostra redazione ha scelto di pubblicare “Arriva il vento e slam!” di Silvia Pauletti. Silvia è riuscita in poche righe a descrivere con efficacia il prima e il dopo di quanto è accaduto a casa sua, un racconto immediato, in presa diretta che ci proietta dentro la tempesta.

Ringraziamo tutti gli studenti dell’Istituto Professionale Alberghiero di Longarone che ci hanno inviato le loro storie; a tutti suggeriamo di non smettere mai di raccontare le storie della loro vita, con qualsiasi mezzo, sia nelle pagine di un diario personale come in quelle pubbliche di un social. Le storie sono memoria per chi scrive e guida per chi legge.

– la redazione di altitudini.it

ARRIVA IL VENTO E SLAM!

Feltre, lunedì 29 ottobre

Slam. I balconi sbattono. Foglie volano in un turbinio violento. Corro. Aiuto mia nonna. Togliamo le trecce fatte con le pannocchie e i piccoli vasi di fiori in terrazzo. Lo senti nell’aria. Sta arrivando qualcosa, qualcosa di grosso. Lo si percepisce da quell’odore metallico intriso di gocce di pioggia che battono insistenti da due giorni. I cani abbaiano.

Gli animali sono in tormento. Piove. Piove da quarantotto ore. Il Colmeda è diventato un fiume in piena, ha preso tutto il suo letto, ha rivendicato quello che è suo per diritto. Le cascate sono a un filo dall’argine. Urlano, gridano, strillano, sbraitano tutta la loro potenza. La natura è in subbuglio, ed ecco che inizia a piovere fortissimo. Le gocce cadono irrispettose verso la terra che ormai stremata non riesce più ad accettare questo tormento, questa tortura continua. Cadono, una dopo l’altra aumentando le pozzanghere enormi, i fiumi già colmi, i laghi oramai alla capienza massima. E i fiumi sfidano, sfidano il terreno, gli alberi, inondano i campi, le case, non rimane nulla. Furioso sfida, e sfida ancora, sbraitando la sua ira. La pioggia continua incessante, ma la natura non ha finito, non ha finito la sua potenza.

Arriva il vento e slam. I balconi sbattono. Corri, chiudili con il catenaccio. Chiudi le finestre. I bambini hanno paura. Il vento ulula, scuote gli alberi e avvolge le case. Entrano spifferi di aria fredda dalla porta. “Senti! Cos’è? Cos’è successo?” provo a guardare. L’abete davanti casa è caduto come un animale morto, arreso dalla furia del vento. Poi non c’è più luce. Buio. Trovo una candela, la accendo. La furia della natura ci ha sommersi tutti e, chiusi in quattro pareti, rimaniamo in balia del tempo. Il rumore della pioggia è svanito ma il vento è ancora potente. Ad un tratto suona il campanello, una voce di donna urla, chiede aiuto, deve entrare in casa e la sua auto è bloccata da un albero caduto poco prima che lei passasse. Scendo, la punta di un abete ha invaso la piccola strada e insieme riusciamo a metterla un po’ in parte. La sera mangiamo a lume di candela scaldati dalla vecchia stufa e, con il vento ancora che urla, andiamo a dormire.

Martedì 30 ottobre

Ci svegliamo da una notte violenta. Facciamo una colazione veloce. Dal terrazzo vediamo il paesaggio. Alberi sradicati, spezzati, serre distrutte, tegole cadute dai tetti e piante di viti completamente a terra. Sono caduti tre grossi abeti e altre piccole piante, alcuni di questi in mezzo alla nostra unica e piccola strada per accedere a casa. Almeno per ora non piove più e la corrente elettrica è ritornata.

Mio padre con l’aiuto dei vicini libera la strada, mentre io e mio fratello raccogliamo tutti gli oggetti che sono stati portati via dal vento. Pulisco il terrazzo, il giardino, il garage da tutto ciò che l’aria ha trascinato con sé nella sua furia distruttiva. Feltre è desolazione: strade ricoperte da rami, foglie, tronchi, automobili distrutte, tetti danneggiati. La zona dell’ospedale di Santa Maria del Prato è irriconoscibile, come il Bosco Drio le Rive e il Castello di Alboino dove tutti gli olmi sono stati sradicati, ma il luogo peggiore è la Culiada, dove i tigli in parte alla strada sono stati decimati, caduti nella carreggiata, che ci lasceranno impresso il ricordo della morte di un padre padovano che tornava da lavoro.

I dadi ormai sono tratti, la pioggia per ora è finita, non resta che rimboccarci le maniche e sistemare le case, le strade. Feltre però ormai non è più la stessa, i bimbi piccoli non la vedranno mai come l’abbiamo vista e vissuta noi.

Testo Silvia Pauletti - Istituto Professionale Alberghiero di Stato Dolomieu

Data ultima modifica: 15 novembre 2018