QUEL RADICAL "FA-CHIC" CHE STA AVVELENANDO L’ITALIA

Viviamo in un paese che ha un grave deficit di empatia. Da sempre l’Italia ama godere delle sconfitte degli altri, invece di gioire delle proprie vittorie e negli ultimi anni questo virus si è esteso al mondo: Trump come Salvini o Orban sono la spia di società che in tempi di recessione si sentono consolate, come ai tempi del nazismo, dalle sventure di chi è più sfortunato o emarginato. Attaccare una fascia sociale, metterla sull’altare sacrificale della rabbia della massa è il modo migliore per soddisfare la sete di sangue della frustrazione generale.

Come ai tempi di Silvio Berlusconi, però, si scambia il sintomo per la malattia. Diceva Giorgio Gaber di non temere “Berlusconi in sé, ma temo il Berlusconi in me”, citando quel cantautore geniale e incompreso che è Gian Piero Alloisio.

Ecco, cercando di rimanere fuori dal dibattito politico, se siete tra quelle persone che soffrono nel vedere gli sgomberi del Baobab (a Roma non hanno solo sgomberato quella sede 22 volte, hanno pensato bene di sgomberare anche Piazzale Spadolini dove buona parte dei transitanti si erano rifugiati), che si indignano per l’Aquarius trattata come un campo di concentramento, che non si dà pace per un’Italia divenuta razzista e che con la scusa del populismo ci propina nuove proposte di leggi razziali (i “bangla” da chiudere alle 21, la cittadinanza solo a chi parla italiano, le deportazioni oltre confine oppure oltre mare, con i camion per la Slovenia oppure verso la Libia via acqua: tutta roba del 2018, non del 1938), non prendetevela col governo o col Pd, unico esempio di formazione politica le cui colpe dei figli ricadono su padri altrui. Non date le responsabilità ai Grillo o ai Salvini, anche se, quest’ultimo, con la stessa spregiudicatezza mette sui social i gattini come tre minorenni che espone al linciaggio social. 
Prendetevela con chi ha contribuito alla formazione dell’humus morale, sociale, culturale perché arrivassero.

L’humus, secondo la Treccani, è “un complesso di sostanze organiche […]derivato dalla decomposizione di residui vegetali e animali”.

Decomposizione è la parola chiave: del pensiero, dei sentimenti, di una visione. Le responsabilità sono altrove: i leader attuali, semmai, sono solo i frutti di tutto ciò. Tutto ciò che abbiamo detto nuota nelle parole che state per leggere.



”Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”.

È un comunicato stampa di Casa Pound? È il commento di un hater squilibrato sotto la pagina di Silvia Romano (sì, ha un nome, ricordiamolo)? È un editoriale di Feltri, Belpietro o il solito intervento di Borghezio o Giovanardi? No, nulla di tutto ciò.

 È Massimo Gramellini, l’uomo che ha fatto da padrone nel salotto di Fabio Fazio, che conduce, a dispetto del fallimento televisivo precedente, Le parole della settimana su Rai 3.

È uno dei maître à penser della sinistra italiana, uno dei miti di quelle terrazze che hanno saputo raccontare Scola come Sorrentino. Uno di quelli accusati più volte di essere un radical chic. Di essere dalla parte giusta, progressista ma moderata, colta ma capace di parlare a tutti tanto da guadagnarsi una rubrica in prima pagina prima su La Stampa e ora sul Corriere della Sera. Uno che ha le amicizie giuste. 
Nient’altro, però, che un radical fachic. Perché fa chic il populismo in punta di penna – quale, poi, che neanche Montanelli nei Controcorrente più controversi è stato capace di scrivere quattro righe così meschine – e perché c’è un modo razzista, elitista, classista di pensare che alberga proprio in quei luoghi delle metropoli bene del nostro paese.

Una generazione di intellettuali di sinistra che hanno ripiegato su messaggi di destra – scusate le etichette, ma la semplificazione a volte è necessaria – avvelenando i pozzi della crescita della cittadinanza. Non c’è solo Gramellini (con più stile, va detto, e meno scivoloni, tenendosi spesso in equilibrio precario ritroviamo lo stesso afflato in Michele Serra, la cui parabola da Cuore o L’Amaca ci dice tutto di quel modo di essere intellettuali), ma quel paternalismo maschilista e quel gentismo snob è perfettamente incarnato in lui, che da sempre prova a celare tutto con il cerchiobottismo.

Lo fa anche in questo articolo, vergognosamente titolato Cappuccetto Rosso (pessimo, almeno Libero è più sfacciato e meno ipocrita nei suoi), dove dopo l’attacco in cui dà ragione agli haters che ieri hanno riempito i social di insulti per questa povera ragazza, dice però a tutti che i modi devono essere altri, che alla fine “la sua unica colpa è essere un’entusiasta e una sognatrice, non fa parte della tribù dei lamentosi e degli sdraiati (soave la citazione di Serra, va detto)”, che “non spaccia e non ruba”, che dobbiamo ricordarci “l’energia pura, ingenua e un po’ folle che a quell’età ti spinge ad abbracciare il mondo intero”. Una specialità del Gramellini pensiero che ama descrivere le donne e i giovani – soprattutto le prime, meglio se però gli esseri umani che descrive hanno entrambe le caratteristiche – come un’accozzaglia di irrazionalità uterina, di ingenuità inferiore, di mitizzazione pelosa (la madre, la moglie, l’idealista).

Se siamo un paese sessista – eh sì, perché marò e contractors come Quattrocchi sono degli eroi, ma Sgrena, le due Simona, Greta e Vanessa e appunto Silvia vanno in Africa e dintorni per divertirsi e poi ci costano un occhio della testa -, se siamo un paese razzista ed egoista lo dobbiamo anche a chi, avendo la possibilità in gioventù di cambiare il mondo, ha pensato bene di vendersi alla convenienza, al pensiero unico opportunista, all’autoreferenzialità.

Caro Gramellini, “non sono imparziale” come dice Nanni Moretti in Santiago, Italia, regista che sicuramente apprezzerai. Non sono imparziale, perché sui valori non bisogna esserlo. È un mito neogrillino quello del giornalista che non deve esprimersi con la propria opinione (in questo ha ragione Mattia Feltri, che per nostra fortuna ha ereditato la tua rubrica su La Stampa). Silvia Romano è un’eroina, ci insegna che non ci si deve arrendere allo squallore di un Occidente che cerca solo di proteggere se stesso – e che così diverrà, invece, solo un’enorme banlieue -, ci dice che aiutare l’altro, chi è più sfortunato di te, senza pregiudizi e confini, è un valore. Anzi, è IL valore.

Quindi da contribuente io voglio che torni a casa sana e salva. Voglio che tante e tanti seguano il suo esempio. E voglio un governo e dei giornalisti, scrittori, uomini di cultura che ne celebrino l’esempio, che li aiutino, che li proteggano. Anzi, da contribuente chiedo a Salvini e soci di spendere i soldi dei futuri riscatti perché questi eroi ed eroine senza armi se non la loro generosità, abbiano una scorta, un sistema di assistenza immediato e completo, un aiuto costante ai progetti di cooperazione di cui fanno parte. Silvia Romano ha un nome, caro Massimo Gramellini. E ai miei figli, ai miei nipoti racconterò la sua storia, spero a lieto fine, per dire come si deve stare al mondo, cosa è giusto. Per ciò che è sbagliato mi basterà invece leggere loro un suo editoriale.



Un articolo di Boris Sollazzo - Rolling Stone 22 11 2018


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1 dicembre 2018

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