C’è qualcosa di profondamente rivelatore, comico e inquietante insieme,
nello spot con cui Fratelli d’Italia ha scelto di celebrare gli ottant’anni della Repubblica e del suffragio femminile.
La storia, in apparenza, è semplice.
Una donna del 1946 esita davanti all’idea di recarsi alle urne. Il marito, saggio, la sollecita, ma lei tergiversa. Poi, nella notte, ecco la visione salvifica : le appare in sogno Giorgia Meloni che giura al Quirinale. La donna si sveglia di soprassalto e corre a votare. Sul finale il voice off con l’inconfondibile cadenza della presidente del consiglio. Lasciamo riposare un momento questa pregevole struttura narrativa e facciamo due considerazioni.
Il 2 giugno 1946 fu una giornata straordinaria, storica, perché milioni di donne, partigiane, contadine, operaie, madri, vedove di guerra, si presentarono ai seggi con la consapevolezza faticosamente conquistata di esistere come soggetti politici.
Il femminismo italiano, il movimento operaio, le battaglie di Teresa Noce, Anna Kuliscioff, Alba de Cespedes, le donne della Resistenza, tutto questo patrimonio collettivo, plurale, sofferto, viene qui distillato in un’unica, folgorante (e grottesca) moral of the story. Ce l’hanno fatta perché, in fondo, stava arrivando lei, Giorgia.
La scelta della visione onirica non è casuale, e il fatto che gli autori e la prima committente del cortometraggio non si siano resi conto della comica e imbarazzante svolta messianica (o forse ne erano ben consapevoli) è anche questo un segnale.
Il sogno è, da Dante a Freud, il luogo della rivelazione necessaria, dell’apparizione che orienta l’agire umano. Inserire il giuramento di Meloni in quella struttura retorica è una sorta di canonizzazione preventiva.
C’è poi l’imbarazzo, e uso la parola nel suo senso più fisico, per la disinvoltura con cui si iscrive un partito erede di una tradizione che con la Repubblica ha avuto, diciamo, un rapporto piuttosto complesso, nel ruolo di custode e coronamento di quella stessa Repubblica.
È qualcosa di più ambizioso del semplice revisionismo. Questo spot ci vuole dire che L’Italia, in quei giorni cruciali, non andava verso la democrazia, la Costituzione, i diritti come tutti abbiamo sempre pensato. La storia stava andando verso di Lei. Giorgia.
Quello che colpisce, in ultimo, non è soltanto l’”audacia” propagandistica dello spot, ma la disarmante povertà immaginativa che trasforma il giorno in cui la donna conquista un posto che le spetta di diritto nella storia, nella ossequiosa celebrazione della Presidente del Consiglio in carica.
La donna protagonista dello spot non ha nome, non ha storia, non ha voce propria. È solo un vettore. Un espediente drammaturgico al servizio di un’epifania altrui.
Le straordinarie ragazze del 1946 meritavano altro. Meritavano, quanto meno, di essere il soggetto del proprio sogno.
Post di Enrico Carofiglio