Muhammad al-Zaqzouq dopo il 7 ottobre è rimasto a lungo in silenzio. Poi ha iniziato un diario “per catturare ciò che è invisibile ai notiziari”.
Muhammad al-Zaqzouq è nato a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, nel 1990. È poeta, scrittore, ha lavorato per anni nel settore culturale palestinese - il Tamer Institute, le riviste letterarie, i laboratori di scrittura creativa con i giovani.
Prima del 7 ottobre era una figura centrale nella scena culturale di Gaza, quella scena vivace e ostinata che sopravviveva all’assedio coltivando serate di poesia, gruppi di lettura, come se la cultura fosse una forma di resistenza.
Quando la guerra è cominciata, Zaqzouq ha smesso di scrivere. Per centosette giorni.
Poi ha ricominciato, per sopravvivere a sé stesso. "Scrivo per restare umano", pubblicato in Italia da Einaudi nella traduzione di Yasmine Seale, è il diario di quella sopravvivenza : lo sfollamento da Gaza City a Khan Younis a Rafah, la morte del cugino Khalid ucciso da un cecchino nell’appartamento di famiglia, la casa che al ritorno non odora più di salvia e tè verde ma di polvere e proiettili, la moglie Ula che ritarda ogni partenza perché non riesce ad abbandonare le tende che ha scelto lei, i bambini, la fame, le code per l’acqua.
È un libro che racconta ciò che i bollettini non registrano : l’interno.
Come si forma il senso della sopravvivenza quando tutto crolla. Come si perde il significato di casa, di città, di futuro. Come si resta umani - o si cerca di farlo - quando la guerra riduce ogni cosa all’istinto.
Il titolo del libro è già il suo manifesto : scrivo per restare umano. Ma nella guerra che descrive, la scrittura coesiste con la paralisi, il silenzio, mesi in cui pensare è impossibile.
L’ I N T E R V I S T A
« Quando la guerra è iniziata si è tradotta in me in uno stato di paralisi, silenzio, tensione costante. Non c’era spazio per la scrittura di fronte a quella tensione, nella lotta per sopravvivere alla morte che ci inseguiva senza sosta - ogni giorno, continuamente. Non c’era la capacità di scrivere, ma non c’era nemmeno la capacità di piangere, di riflettere, di capire, di trasformare l’esperienza in parole, o di raccogliere i frammenti che la guerra aveva disperso.
La guerra mi ha trasformato completamente in qualcosa di meccanico, un essere umano governato dall’istinto, occupato soltanto a sopravvivere. Ecco perché non ho sostituito la scrittura con niente, e ho aspettato che arrivasse il suo momento. Ero silenzioso, paralizzato, sopraffatto dallo sgomento, cercavo di scappare e non facevo altro ».
Hai cominciato a scrivere al centoseiesimo giorno di guerra. Perché proprio allora ?
« Quando è arrivato il momento di scrivere, dentro di me era maturata l’idea di “lasciare qualcosa in eredità”. Non tanto per il mondo, o un ideale lettore lontano, ma principalmente per me e la mia famiglia. Volevo lasciare loro una testimonianza a cui poter tornare in futuro, nel caso sopravvivessimo. Volevo catturare ciò che è invisibile : quello che i bollettini di notizie asettici non riescono a registrare.
Volevo documentare l’esperienza in senso emotivo, cognitivo e intellettuale - come si intrecciano gli eventi, come vi rispondiamo, e cosa scopriamo di noi stessi attraverso di essi, capire come si forma il senso della sopravvivenza, cosa è la morte, cosa è la famiglia, come si affronta la perdita, come si vede la casa da lontano, come si vive con la paura, come crolla la morale, e come il senso di sé, di appartenenza, di identità e di percezione vengono destabilizzati ».
Nel libro la casa non è solo uno spazio fisico, è il luogo in cui sua moglie Ulā riconosce ogni tenda, ogni colore sui muri. La guerra moltiplica non solo gli sfollamenti ma anche le case perdute. A un certo punto scrive che quando sei tornato nell’appartamento, non ti sembrava più tuo. Quando - se mai - una casa torna a essere tua ?
« Abbiamo curato la nostra casa per anni. Soprattutto mia moglie Ulā, con l’inizio della guerra, ogni volta che il pericolo si avvicinava e lo sfollamento diventava necessario, lei cercava ripetutamente di posticipare l’idea di lasciarla. La casa non era più un luogo fisico, ma qualcosa che aveva acquisito significati che evocano il senso di sé, la sicurezza, l’appartenenza, e su tutto ciò che può crollare con la sua perdita.
Ogni volta che lasciavamo l’appartamento, ci consolavamo con la speranza di ritrovarlo immutato. Eppure a ogni ritorno dopo nuove ondate di sfollamento, qualcosa del suo significato precedente svaniva gradualmente. Quando ci siamo entrati per la prima volta dopo sei mesi ci sembrava un luogo completamente estraneo. La distruzione intorno ne aveva alterato il suo significato nella nostra coscienza : l’odore della morte, i segni dei bombardamenti, i fori di proiettile nei muri - che avrebbero potuto benissimo trovarsi nei nostri corpi - avevano sostituito il profumo della salvia, del tè verde, del cibo caldo nelle sere d’inverno, e delle candele che spegnevamo ai compleanni dei bambini. Tutto era stato rimpiazzato da qualcosa di estraneo e letale, opposto alla vita ».
Lei dice che quando riconosce un posto della sua infanzia tra le macerie, la prima immagine che vede è sempre quella di prima della guerra, e solo dopo viene la distruzione - come se la catastrofe fosse accaduta cento anni fa.
Pensa che questa doppia visione persisterà, o la guerra finirà per cancellare “ il prima” ?
« Quando sono tornato nella città di Khan Younis dopo che i veicoli militari si erano ritirati, non era più la città che conoscevo e dove avevo vissuto durante l’infanzia e la giovinezza. Era del tutto priva di vita, come luoghi che un tempo traboccavano di vita e memoria si fossero trasformati in distese infinite di detriti.
C’erano tuttavia alcune zone e strade parzialmente distrutte dove potevano ancora essere identificati frammenti della città antica attraverso i pochi punti di riferimento rimasti, come il centro città e Qalaat Barquq, un sito storico risalente all’epoca mamelucca. In quelle aree dove esistevano ancora dei frammenti, la mia mente ricostruiva automaticamente l’immagine del luogo com’era prima della catastrofe : persone, mercati, caffè, folla, il bel caos della vita quotidiana.
Ora, dopo più di un anno, l’immagine antica della città è quasi completamente svanita. L’immagine del passato è diventata memoria nel suo senso letterale, e la mia mente è giunta al punto in cui riconosce che non esiste più come realtà presente. I momenti in cui mi ricordo la città com’era prima della catastrofe, sono diventati molto rari rispetto a quelli in cui mi ricordo la sua forma attuale ».
Trova una bancarella di libri sul lungomare - Gorky, Saramago, Orwell, Ibn al-Fāriḍ - venduti tra le rovine. Cosa le ha detto quella scena sul rapporto tra letteratura e sopravvivenza ?
« La guerra ha spogliato ogni forma della semplicità della vita : leggere, guardare film, ascoltare musica, disegnare. Tutto questo è scomparso, sostituito da una routine quotidiana di sfollamento, fuga, corsa in cerca di pane e acqua potabile, e partecipazione ai funerali dei morti.
Leggere, per tutti noi, era un equivalente esistenziale del rimanere umani - capaci di sentire, di non trasformarsi in una pietra o in un oggetto inerte nel vasto paesaggio della distruzione.
Scrivere, guardare un film nell’oscurità di una tenda nei campi di sfollamento, ascoltare frammenti di musica - tutto questo erano strumenti per sopravvivere alla propria umanità. Non pratiche marginali o secondarie, ma una necessità urgente, non meno importante del cibo o dell’acqua ».
Il libro non usa quasi mai la parola “genocidio”. Usa “sterminio”, “la macchina da guerra”, “annientamento”. È stata una scelta deliberata ?
« Sì, è stata una scelta deliberata. Le parole a volte possono chiudere il significato, e io volevo che il significato rimanesse aperto. Ciò che mi interessa di più è la complessità individuale della vita umana, la sofferenza dell’individuo come esperienza completa che non può essere ridotta a una singola etichetta. L’individuo è la prima e ultima vittima in tutto questo. E più il linguaggio si sposta verso la generalizzazione, più si allontana dai dettagli che costituiscono l’essenza dell’esperienza umana così come l’ho vissuta e testimoniata ».
La Palestina è rappresentata da istituzioni - l’Anp, Hamas - che molti palestinesi non riconoscono più come proprie. Chi parla oggi in nome del popolo palestinese ? Chi ha il diritto di farlo ?
« Io sono uno di quei palestinesi che non si sente rappresentato da queste istituzioni - né da Anp né da Hamas. In molti modi, non rappresentano nemmeno la nostra sofferenza ; anzi, ne sono spesso stati parte. Dal momento della scissione politica palestinese del 2006, il sistema politico è stato effettivamente paralizzato. Da allora, sono stati i palestinesi comuni, sia all’interno della Palestina che in tutto il mondo, a portare le conseguenze di questo fallimento politico. Gli individui palestinesi, le iniziative di base e le voci palestinesi indipendenti in tutto il mondo hanno rappresentato la Palestina in modo molto più efficace di quanto abbia fatto la leadership politica ufficiale ».
La letteratura palestinese ha una lunga tradizione di resistenza - da Darwish in poi. Sente il peso di quella tradizione mentre scrive, o senti invece la necessità di rompere con essa, di trovare un nuovo linguaggio per qualcosa che non ha precedenti ?
« Sì, abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio, ed è quello che ho cercato di fare insieme a un gran numero di giovani scrittori a Gaza. Ci siamo trovati in una realtà completamente nuova in cui l’istituzione letteraria è scomparsa. Non erano rimasti riferimenti se non i libri prodotti dai nostri predecessori della generazione degli anni Sessanta e Settanta, come Darwish, Ghassan Kanafani, Emile Habibi, Tawfiq Ziad e Muin Bseiso, tra gli altri. Erano scritture impegnate che coincidevano con l’inizio del moderno movimento rivoluzionario palestinese, e si caratterizzavano artisticamente per stile retorico, espressione da reportage, intensità, e forse un certo quadro ideologico.
Tuttavia, quelle scritture e quel linguaggio non si adattano più alla realtà che viviamo oggi - la realtà in cui ci siamo ritrovati immersi dopo la scissione politica palestinese del 2006, e il caos, la retorica vuota, il vuoto politico e l’intreccio con tutto ciò che ne è seguito.
La struttura istituzionale è crollata, e con essa il linguaggio che la esprimeva. Al suo posto è emerso l’individuo : la sofferenza dell’individuo, le sue domande, i suoi pensieri, le sue ansie e le sue aspirazioni per il futuro, insieme al residuo del passato e alle complessità del presente. C’era bisogno di un nuovo linguaggio - uno più aperto all’altro, meno teso e meno carico ideologicamente all’interno delle questioni nazionali, e più connesso all’universo e al mondo più ampio ».
Si parla di “ricostruzione” di Gaza - un termine che spesso nasconde un progetto politico molto specifico su chi decide come e per chi ricostruire. Cosa pensa quando sente quella parola ?
« Quando sento il termine “ricostruzione”, il mio primo pensiero è che sembra una promessa quasi impossibile da realizzare. C’erano torri residenziali che erano state rase al suolo durante la guerra del 2014, e anche nel 2023 - prima che cominciasse la guerra attuale - alcuni di quei siti non erano ancora stati ricostruiti dopo nove anni. Allora, il numero degli edifici distrutti poteva almeno essere contato e contenuto.
Oggi, intere città sono state devastate : tutta Rafah, la maggior parte del nord di Gaza, Khan Younis e gran parte di Gaza City. Più dell’80 percento dell’ambiente costruito di Gaza è ora macerie. Come può essere ricostruito tutto questo ? Quante risorse, tempo e sforzi richiederebbe ? E chi sarebbe disposto e in grado di intraprendere un tale compito ?
La scala della distruzione rende la prospettiva di una ricostruzione immensamente difficile. Naturalmente, voglio che Gaza venga ricostruita. Ma la domanda è : quale Gaza ? La Gaza che conoscevamo è scomparsa. Anche se la ricostruzione avviene, sarà una nuova città, con cui dovremo costruire un nuovo rapporto e sviluppare una nuova comprensione di cosa significa ».
Francesca Mannocchi Tuttolibri - 20 giugno 2026 La Stampa