I PIU’ LETTI: RIFLESSIONI SULLA SCUOLA CHE BOCCIA

La scuola che boccia

Uno dei principi fondamentali del mio comportamento ma credo di ogni comportamento che abbia cura e rispetto dei giovani è la consapevolezza che per allacciare relazioni ma soprattutto per dire e fare cose utili bisogna molto guardare e molto ascoltare.

Tutti sanno che da sempre il passaggio dall’infanzia alla adolescenza e dalla adolescenza alla età adulta è spesso tempestoso e certamente ritardato se messo in rapporto con le generazioni precedenti. In particolare la età che si aggira intorno ai quattordici anni prevede tempi di maturazioni diverse e infatti in una prima superiore insieme con ragazzi e ragazze già cresciuti si possono trovare ragazzi ancora molto bambini, per i motivi più diversi, che vanno dal livello di crescita fisica alla educazione ricevuta.

Quella della età pre-adolescente è tempo di grandi cambiamenti, di turbamenti, di scoperte del proprio corpo, della sessualità, delle amicizie. Può capitare, e capita, che il passaggio alle superiori avvenga in questo tempo di mezzo, un tempo che ha bisogno di molte cure, in famiglia come all’esterno, anche e forse soprattutto a scuola, perché la scuola è il primo e legittimo posto dove, fuori dalla famiglia, il ragazzo e la ragazza esercitano un livello di indipendenza che è il movimento naturale della adolescenza.

Riguardo alla scuo la, insieme con molti educatori, credo che non sia possibile avere una qualche attenta e competente cura degli adolescenti di una classe di trenta elementi. Un insegnante, per quanto bravo sia, finisce per “curare” i ragazzi e le ragazze più maturi mentre gli altri rimangono indietro.

Come tutti sanno, soprattutto nelle prime superiori tecniche e nelle professionali, “normalmente” si boccia la metà degli alunni. Un’altra selezione, sia pure in tono minore, avviene alla fine della seconda classe. Le ragioni addotte sono le solite: ha sbagliato scuola, non ha ricevuto nessuna preparazione alle medie inferiori, non ha voglia di studiare, la famiglia non collabora etc. Quindi? Quindi è meglio che vada a lavorare.

E’una conclusione facile, troppo facile, decisamente superficiale e ingiusta.

Intanto per curare i ragazzi con le loro diversità una classe non dovrebbe superare i quindici elementi. Gli insegnanti addetti alle prime classi dovrebbero essere dei superesperti in relazione e perciò in linguaggi accessibili e perciò capaci di raggiungere i ragazzi che sempre hanno una parte positiva capace di mettersi in ascolto. Gli insegnanti, con i necessari supporti pedagogici, dovrebbero più che mai lavorare in èquipe per costruire un progetto su ogni ragazzo o ragazza.

Sto sognando? Ma i giovani non erano una volta il nostro investimento per il futuro? E gli anni duemila richiedono intelligenza, operosità e molta cultura. Ai nostri ragazzi dobbiamo dare una scuola che abbia gli strumenti per dialogare e fare cultura, che cerchi sempre gli strumenti per non perdere nessuno. Quello di cui certamente non abbiamo bisogno è di avere una legione di piccoli, sperduti, depressi operai.

Se tutti i ragazzi italiani che arrivano nel carcere minorile hanno tentato le superiori e sono stati bocciati in prima, un motivo, anzi una conseguenza ci sarà pure.

Don Gino Rigoldi 17 09 2010


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Data ultima modifica: 13 febbraio 2017