LA TRISTEZZA DEL DOTTORANDO

Scienza. Uno studio belga pubblicato sulla rivista «Research Policy» ha rilevato l’alto rischio di depressione dei giovani ricercatori e ricercatrici europee. Complici lo stress, la competitività degli ambienti universitari e l’incertezza del futuro

Gli studenti di dottorato, o dottorandi, sono quei giovani ricercatori o ricercatrici che investono tre o quattro anni della loro vita dedicandosi a studiare un aspetto particolare di un determinato ambito scientifico. Sono fisici, biologhe, matematici, ingegnere, storici, sociologhe, letterati, chimiche, di solito molto appassionati, che hanno deciso di trasformare la loro sete di conoscenza in un lavoro.

Secondo gli ultimi dati di Eurostat, nell’Europa dei 28 nel 2014 c’erano più di 730mila dottorandi, 46% dei quali erano donne. Più del 43% di questi dottorandi e dottorande erano in ambiti cosiddetti scientifici o tecnologici, anche se in alcuni paesi come in Germania o Slovenia la cifra supera il 50%. I tre paesi con più studenti di dottorato sono Germania (che da sola supera i 200mila), Regno Unito e Francia.

NON È COMUNE, però, che siano loro stessi, come gruppo sociale, a essere oggetto di una ricerca scientifica. È quello che è accaduto questa settimana: un articolo pubblicato da un gruppo belga di sociologi, psicologi ed economisti sulla rivista Research Policy ha studiato da vicino la salute mentale dei dottorandi.

Katia Levecquea, Frederik Anseel, Alain De Beuckelaerd, Johan Van der Heydenf e Lydia Gislef hanno studiato più di 3600 dottorandi belgi in tutte le discipline, e hanno scoperto che, indipendentemente del loro campo di ricerca, un terzo di loro presenta un rischio elevato di poter sviluppare un qualche tipo di malattia mentale, soprattutto la depressione.

La ricerca è basata su un questionario chiamato GHQ (General Health Questionnaire) che viene comunemente utilizzato per rivelare possibili problemi psicologici. Più del 50% del campione presentava almeno due sintomi, il 40% ne dichiarava tre e circa il 30% segnalava quattro sintomi, un’incidenza che secondo i ricercatori suggerisce che «un considerevole gruppo di dottorandi patisce dolore psicologico o è a rischio di poter sviluppare una malattia psichiatrica comune». E continua: «sintomi comuni sono il sentirsi costantemente sotto pressione, l’infelicità, la depressione, problemi del sonno dovuti alle preoccupazioni, l’incapacità di superare le difficoltà e di godersi le attività quotidiane».

I ricercatori lo comparano con quanto accade ad analoghi sottogruppi di popolazione: persone molto istruite, impiegati molto istruiti e studenti universitari. In ogni caso, quelli messi peggio sono i giovani ricercatori e soprattutto le giovani ricercatrici (che soffrono circa il 30% in più dei sintomi). La percentuale di persone con disturbi psicologici fra i dottorandi era più del doppio di quella nei gruppi di controllo.

L’IDEA ALLA BASE dello studio nasce da una parte dalla sensazione diffusa negli ambienti universitari che il dottorato sia vissuto da molti come un periodo particolarmente duro e stressante, che in molti fanno fatica a superare. Esiste persino una pagina di fumetti in cui viene descritta con ironia tagliente la vita da dottorando: www.phdcomics.com.

Dall’altro lato, però, sottolineano gli autori dell’articolo, mancavano dati obiettivi che confermassero la situazione. A fronte della diffusa percezione del mondo universitario come un ambiente di lavoro poco stressante, scrivono, e della bassa incidenza delle malattie mentali che riportano gli stessi accademici, esistono sempre più ricerche che evidenziano che lo stress, l’ansietà e la depressione sono molto diffusi nell’accademia, soprattutto fra i più giovani.

Non è sorprendente: il numero di studenti di PhD (philosophiæ doctor, la formula latina che gli anglosassoni usano per indicare i dottori di ricerca) in venti anni è quasi raddoppiato in alcune discipline, come le scienze biomediche, mentre lo stesso non è accaduto per le posizioni strutturate. Il che ha generato un esercito di giovani iperqualificati, a cui è stato raccontato che potranno dedicarsi per tutta la vita alla ricerca, ai quali nella maggior parte dei casi non è stata fornita formazione complementare per saper rivendere le proprie competenze e capacità nel mondo del lavoro, e che invece si troveranno a dover arrangiarsi reinventandosi per altri mestieri.

Secondo alcuni studi statunitensi, l’85% dei dottori di ricerca dovrà considerare opportunità fuori dal mondo accademico. Questo è un tema tabù per l’impermeabile mondo accademico: provare a prospettare al proprio supervisore un futuro fuori dal mondo della ricerca nella maggior parte dei casi vuol dire stigmatizzazione certa. Anche se è vero che il tasso di disoccupazione complessivo dei dottori di ricerca, almeno negli Stati Uniti, è bassissimo (meno del 3%).

Proprio la questione dell’incerto futuro sembra essere correlata con il tasso più elevato di disturbi mentali. Più i dottorandi sono convinti di poter mantenere un posto nel mondo accademico, e meno mostrano disturbi mentali. Non sorprendentemente, maggiore il carico di lavoro, o maggiore l’incertezza sui finanziamenti del gruppo, maggiore il livello di stress. Evidentemente, un supervisore con una leadership «ispiratrice» diminuisce lo stress ma, curiosamente, per i dottorandi sembra essere più deleteria una mancanza totale di supervisione che un modello autocratico (molto diffuso nei laboratori).

PER ANDREA CLAUDI, dottore di ricerca in informatica che ora lavora nel settore privato, nonché responsabile della comunicazione dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca Adi, la ricerca riflette un sentire diffuso fra i suoi colleghi. Secondo lo studioso, le conclusioni della ricerca belga sono estendibili in larga misura alla realtà italiana. Sottolinea in particolare la mancanza di prospettive per il futuro. E cita il recente caso di PhD-Italents. «Era un bando del ministero e della Confindustria per finanziare 130 posti destinati a dottori di ricerca in contesti aziendali. Ci sono state 10mila domande», spiega.

COME SOTTOLINEANO anche gli autori della ricerca, le università fanno molto poco per identificare e affrontare questi problemi. In alcune istituzioni europee esiste l’ombudsperson, cioè una figura terza con il compito di identificare i problemi e raccogliere lamentele. In Italia, uno dei pochi esempi è l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) con la Consigliera di fiducia, una persona esterna incaricata di fornire consulenza e assistenza ai dipendenti vittime di comportamenti inappropriati.

«C’è un gran bisogno di figure che possano gestire la conflittualità – chiosa Claudi. C’è molta pressione competitiva per i ricercatori in questo periodo storico». L’esperienza dei dottorandi può essere assai diversa, non solo da facoltà a facoltà, o da università a università, ma anche da professore a professore. «I ricercatori non ricevono alcun tipo di corso o direttiva su come seguire gli studenti, o che almeno lo metta in condizione di saper interpretare i segnali di chi ha necessità di supporto o aiuto».

SCHEDA

«Non mi era mai successo che un articolo ricevesse più di 40mila condivisioni – dice lo psicologo Frederik Anseel – È segnale che in molti riconoscono il problema». Secondo Anseel, «questi numeri preoccupano non solo perché in tanti soffrono, ma soprattutto perché i dottorandi sono la linfa della società, sono quelli che inventano, scoprono. Se smettono di farlo, la società ne risentirà».

Per il futuro il gruppo pensa a uno studio transazionale per vedere se esistono differenze fra i paesi. Collaborando con la Bocconi di Milano, nota che i dottorandi italiani sono «particolarmente pessimisti» rispetto al domani. «Nell’università c’è omertà su questi temi, Dobbiamo ripensare il nostro modello di formazione e prevenire il disagio».

Un articolo di Luca Tancredi Barone - Il Manifesto 02 04 2017


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Data ultima modifica: 4 aprile 2017