INVALSI E MATURITA’: RIFLESSIONI DI UNA STUDENTESSA

La “Buona” Scuola di Renzi colpisce ancora. Con il Consiglio dei Ministri di venerdì 7 aprile il Governo Gentiloni ha approvato otto dei nove decreti legislativi della legge 107, previsti dalla seconda parte della riforma. Tra questi, i cambiamenti che riguardano gli Esami di Maturità verranno attuati a partire dal 2019.

La prima grande innovazione riguarda il numero di prove che non saranno più quattro, bensì tre: due scritte (una nazionale di Italiano, una caratterizzante del proprio corso di studi) e un colloquio orale. Abolita, dunque, la temuta terza prova o “quizzone”. Cambia anche il valore di ciascuna di esse: si passa da un massimo di 15 punti (per le prove scritte) e di 30 (per quella orale) ad un massimo di 20, senza distinzione del tipo di prova.

Un altro cambiamento riguarda il numero totale di crediti degli ultimi tre anni, che varia dunque da 25 a 40. Riguardo l’ammissione, si vociferava una modifica piuttosto ingiusta e insensata che, per fortuna, non è avvenuta: non basta avere la media del sei, ma è necessaria la sufficienza in tutte le materie, a meno che il Consiglio di Classe ammetta, con adeguata motivazione, chi ha un voto minore di sei in una disciplina (condotta esclusa). Anche il numero di Commissari esterni rimane invariato (tre + il Presidente).

Ma le modifiche che più hanno fatto riflettere sono state quelle che hanno reso l’Alternanza Scuola-Lavoro e le prove INVALSI dei requisiti necessari per accedere all’Esame, conferendo loro maggiore importanza. Nel colloquio orale, infatti, verranno verificate le competenze acquisite durante il percorso di Alternanza. Di quali competenze si parli, questo non si sa, dato che si tratta di una riforma (voluta, lo ricordiamo, dall’ex Ministro dell’Istruzione Giannini) che non è altro che l’emblema dell’inutilità, dello spreco di tempo e dello sfruttamento. I ragazzi si trovano ad essere giudicati in base a tirocini che nascono col fine di chiarire loro le idee in campo lavorativo, ma che arrivano a creare l’effetto opposto, cioè la consapevolezza di NON voler lavorare per lo studio o l’azienda per cui sono stati tirocinanti o addirittura per quel tipo di lavoro in generale.

D’altronde, come possono attività come mettere in ordine un magazzino, rispondere al telefono, timbrare e fare fotocopie interessare uno studente con, si spera, ben maggiori aspettative per il futuro?

La verità è che la scuola “renzizzata” assume un’identità del tutto inusuale, quella di fabbricare lavoro gratuito e sfruttamento per cercare quasi di far capire agli studenti che è così che funziona, che in Italia bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratuito, se con la promessa di formarsi e sperare in un posto migliore. L’Alternanza Scuola-Lavoro è una sintesi di quello che ci prospettano per il nostro futuro, che ci inculca in maniera indiretta e velata l’idea di rassegnazione, di appagamento momentaneo e limitato.

Le prove INVALSI, invece, il cui voto non influisce sulla valutazione finale, saranno eseguite obbligatoriamente durante l’anno scolastico e saranno in totale tre: italiano, matematica e inglese. Quello che lascia scettici è che nel primo vero Esame della nostra vita si tenga conto dell’acquisizione di una serie di informazioni settoriali, che stimolano una frammentazione della didattica. Esistono competenze che i test non possono misurare, come la capacità critica, la capacità di esprimere il proprio pensiero, il progresso, la partecipazione. Arriveremo forse a non tenere presente nulla di tutto questo, banalizzando la nostra conoscenza in una semplice scelta a crocette?

L’UdS ha già previsto una manifestazione degli studenti il prossimo 9 maggio in tutte le piazze italiane. Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti, ha definito l’approvazione di queste deleghe “un atto grave” poiché simbolo evidente della noncuranza delle esigenze degli studenti. Sottolineando che la valutazione delle prove INVALSI e del progetto Alternanza Scuola-Lavoro non valorizza il percorso di studi, ma fa gli interessi di pochi, ha inoltre ricordato quali erano state le richieste degli studenti per nulla prese in considerazione: investimenti necessari per il diritto allo studio e maggiore attenzione sul problema dell’abbandono scolastico.

Ci sentiamo, dunque, poco ascoltati in una società che sembra non voler fare le scelte migliori per l’Istruzione, definita dallo Statuto delle studentesse e degli studenti come “luogo di formazione ed educazione”. Ci sentiamo delusi da chi ritiene che questi due termini si ricolleghino solo ed esclusivamente ad un fine lavorativo. Infine, ci sentiamo in dovere di riportare l’attenzione sul loro vero significato, cioè quello di crescita umana e culturale, prima che economica.

Noi, dal canto nostro, non trasformiamoci nella generazione del “tutto e subito”, con una grande avversione per l’impegno e un’esagerata predilezione verso le cose facili. Ricerchiamo quella sana difficoltà che ci aiuterà a formarci e quella severità che ci insegnerà a crescere. Esigiamo di essere messi alla prova per noi e per il nostro futuro, pretendiamo una Scuola capace di far uscire il meglio da noi, non un fantoccio nelle mani di chi non ci comprende.

Flavia Papadia - 24 04 2017 Unione degli Studenti


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Data ultima modifica: 2 maggio 2017