Licei in quattro anni: si scrive “innovazione”, si legge “sottrazione”

La ministra Fedeli ha firmato il decreto che attiva il Piano nazionale di sperimentazione per i percorsi liceali (Licei e Istituti tecnici) di quattro anni. Il testo non è al momento disponibile, ma un comunicato ufficiale del Miur ne dà una prima informazione a grandi linee.

Per una disamina del decreto, con le puntuali osservazioni di merito, bisogna ovviamente attendere la pubblicazione ufficiale. Tuttavia, già da adesso emergono dati politici sui quali vale la pena soffermarsi ed avviare una prima riflessione.

Il primo dato conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, la sostanziale continuità dell’azione politica di questo governo rispetto al precedente: un governo “a trazione renziana”. La ministra, come già avvenuto per i decreti attuativi delle deleghe previste nella L.107, porta a compimento il lavoro della Giannini, decretando sulla stessa materia e anzi estendendo la platea degli istituti destinatari della sperimentazione (portata a 100, tra statali e paritari).

Il secondo dato va al cuore dell’operazione: anche con questo provvedimento, la scuola nell’età di Renzi ha una cifra “algebrica”, con un segno MENO davanti. In questo caso, MENO tempo con l’abbreviazione tout court del percorso scolastico. Non bisogna essere addetti ai lavori per capire che questo si traduce, in prospettiva, in MENO risorse. Più complesso e articolato il ragionamento che porta a dire anche MENO DIRITTI: ma è proprio questo il cuore politico del provvedimento, su cui è il caso di fare qualche affondo già in questa sede.

Una prima considerazione: il “diritto alla conoscenza” è strettamente connesso al diritto alla qualità dell’istruzione, come è intuitivo e perfino ovvio comprendere. E nella qualità dell’istruzione (che dovremmo intendere nel senso più ampio dell’istruzione educante) la variabile “tempo” è dirimente. Lo sanno bene le donne e gli uomini che si occupano attivamente di scuola e in genere di formazione.

Inutilmente lo abbiamo ripetuto dai tempi sciagurati della cosiddetta “riforma Moratti”, che allora si avventò sulla Scuola primaria, con i tagli al tempo scuola e ai suoi modelli pedagogici. Mi piace ricordare l’impegno tenace di Simonetta Salacone (collega che ci ha lasciato nel gennaio scorso) quando si fece promotrice a Roma del Coordinamento “Non rubateci il futuro”, coinvolgendo le scuole, gli insegnanti, i genitori, e quella “società civile” cui oggi, nella difficile navigazione, si fa forte richiamo.

Parlava del tempo, quel movimento, ma non di quello burocratico-contabile caro agli inquilini del Miur: qui si tratta del tempo educativo, che non è misurabile in orari/cattedra, in periodi didattici che scansionano l’anno. “Tagliare” di un anno non è un’operazione chirurgica, da risolvere con qualche ingegneria organizzativa o qualche dispositivo tecnologico: è un MENO cui manca il contraltare del PIU’.

A leggere lo scarno comunicato pubblicato il 7 agosto dal Miur, oltre alla notizia delle “Commissioni” di rito (una a livello nazionale e le altre regionali) che dovrebbero raccogliere gli esiti della sperimentazione, si capisce con chiarezza che il percorso quadriennale riguarda UNA (ripeto, una) classe per ogni istituto. Si fa fatica a immaginare come quest’ordine di misura possa attivare nella scuola di riferimento un processo “virtuoso”: chi sta nella scuola sa che un’innovazione è feconda, e una verifica rigorosa, se si innestano in un contesto, se in altri termini si procede (almeno) per classi parallele.

Da quando ho letto queste note informative, continua a balenarmi l’immagine del TELEPASS: di quella corsia preferenziale a noi nota che permette ad alcuni veicoli di passare velocemente ai caselli autostradali, mentre gli altri fanno la fila nei tempi consentiti… Bene: vorrei dire agli estensori del decreto che la scuola non è un percorso autostradale e che “risparmiare il tempo” non è il suo obiettivo istituzionale. Il tempo educativo è un mezzo, e non un fine. E le corse “da casello a casello” non dicono nulla sulla qualità intrinseca del percorso. Fuor di metafora, si potrebbe suggerire a chi si occupa per mandato istituzionale di processi innovativi di passare, finalmente, ad una scuola del PIU’.

PIU’ tempo (educativo) come a dire una costruzione sensata di percorsi curricolari, che valorizzi le esperienze di cui sono parte attiva le scuole e tanti insegnanti, in cui elementi “di sistema” siano posti a salvaguardia della sua tenuta nazionale, senza scadere in quella “didattica di Stato” di cui abbiamo avuto da qualche decennio luminosi quanto dimenticabili esempi.

PIU’ coerenza ed organicità all’interno degli assetti ordinamentali, a vantaggio della popolazione scolastica più fragile, che proprio negli infiniti inciampi delle cesure e delle dis-continuità si perdono facilmente, andando a comporre con le loro biografie quell’indistinto mondo che la burocrazia rubrica sotto il fenomeno della “dispersione scolastica”.

PIU’ didattica per le discipline e meno didattica delle discipline. La disciplinarizzazione precoce nella scuola Primaria, la secondarizzazione spinta della scuola Secondaria di primo grado, sono spesso alla radice di un fenomeno carsico di disagio che espunge energie preziose prima ancora che alunni dagli elenchi dell’anagrafe scolastica. E non c’è “abbreviazione” che possa rimediare a questa dispersione che un Paese non si può permettere.

La scuola non è un sistema di raggi ultravioletti, per cui basta ridurre i tempi di esposizione per limitare i danni. A parere di molti (tra cui chi scrive) è tutto vero il contrario…

Siamo per la scuola del PIU’. E per una decisa, netta inversione di tendenza che investa in un confronto culturale spassionato (che non vuol dire falsamente neutrale…) le risorse migliori del Paese: delineare la scuola che vogliamo, la formazione che vogliamo, il modello di società e l’orizzonte di tempo per cui ci spendiamo.

Simonetta Fasoli 09 08 2017 - www.sinistraitaliana.si


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Data ultima modifica: 17 agosto 2017