Il documentario che ha scosso le coscienze: Bowling a Columbine

In una banca del Michigan ai clienti più fedeli si regala una pistola. Un gruppo di ’onesti cittadini’ organizza campi di addestramento paramilitare per esercitare il diritto di difendersi. Un’intervista a James Nichols che fabbrica bombe. Queste sono le premesse che conducono alla rievocazione della tragedia verificatasi alla Columbine High School dove, nell’aprile 1999, quando i due studenti Erik e Dylan hanno fatto irruzione armati nella scuola provocando una strage.

Inizia così il documentario destinato a scuotere le coscienze degli americani anche se con la consapevolezza della difficoltà di convincere la maggioranza della popolazione ad orientarsi a un maggiore controllo nella detenzione delle armi.

Moore utilizza uno stile che sta progressivamente affinando: il suo obiettivo è realizzare un film a tesi provocatorio che al contempo non rinunci all’entertainment. Se il titolo, dovendo essere di richiamo, rimanda a un evento a tutti noto, il fil rouge che attraversa l’opera è decisamente più complesso.

Moore si interroga, tra interviste, materiali di repertorio e ironia, sul perché un numero considerevole di suoi connazionali si senta in qualche misura legittimato a far uso delle armi. Non è il possesso delle stesse che ne impone l’utilizzo. Anche in Canada le persone sono armate ma l’incidenza del crimine è assolutamente imparagonabile con quella degli States. Se anche la visione di film violenti non giustifica questo tipo di trend (anche nel resto del mondo si vede questo tipo di prodotti ma le statistiche sui delitti a mano armata non hanno esiti preoccupanti come quelle americane) allora la risposta va cercata più a fondo.

Moore prova a farlo mantenendo alto il livello della polemica senza mai retrocedere. Neppure dinanzi a Charlton Heston (presidente della National Rifle Association) che all’indomani della strage di Columbine manifestava a favore dell’uso delle armi. Il loro non incontro dà luogo a una sequenza indimenticabile.

Un articolo di Giancarlo Zappoli su mymovies.it

*Prendendo spunto dalla terribile tragedia che sconvolse la Columbine School, Micheal Moore indaga sul dilagare delle armi da fuoco negli USA e sulla spirale di violenza che li attraversa.

Da noi aprendo un conto in banca possono regalarti una bicicletta o un ipad; negli USA si può ottenere un "meraviglioso" fucile di precisione che non sbaglia un colpo come ribadisce euforico l’addetto. Ecco basterebbero già quei primi due minuti per mostrare l’abisso che separa le due sponde dell’atlantico.

Armi libere, munizioni a volontà sono all’ordine del giorno. Sono oltre undicimila in un anno i morti che fanno le armi da fuoco negli USA; un numero stratosferico specie se paragonato a quello degli altri paesi occidentali.

Il secondo problema è però rappresentato da chi soffia sul fuoco: mass media e non solo che non perdono occasione per instillare paura nella gente che quindi si barrica in casa armata fino ai denti. Su questo aspetto Moore mostra la clamorosa differenza con il vicino Canada dove quasi ogni famiglia ha un fucile da caccia ma le cose vanno molto meglio.

Ultima ma non certo per importanza è la questione sociale. Tanti giovani crescono in città fantasma senza attività da svolgere siano lavorative o di svago. Così l’unico diversivo è la violenza. Per non parlare delle scuole (specialmente se pubbliche) dove il bullismo è all’ordine del giorno insieme all’emarginazione che ne scaturisce e che sono i detonatori troppo spesso delle stragi a cui siamo ahimè abituati. Inoltre se i genitori devono stare via ore e ore per lavorare e potersi permettere l’assistenza sanitaria e non solo la frittata è tragicamente servita.

Insomma quello che Moore suggerisce per i suoi connazionali è un profondo cambiamento di mentalità che si sposi ovviamente con la limitazione alla distribuzione delle armi specie se d’assalto. Purtroppo troppo sangue è stato versato senza che ci sia stato un minimo di cambiamento.

Un articolo di Filippo Catani


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Data ultima modifica: 3 aprile 2018