6 in condotta per un’opinione: la scuola non è buona se serve solo a censurare

Dalla storia dello studente liceale di Carpi che, dopo aver criticato con un post su Facebook il progetto di stage a cui era stato assegnato nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro, si è visto assegnare dal consiglio di classe un 6 in condotta, emergono segnali inquietanti su come si stia comportando la scuola italiana. Non è nemmeno la prima volta: già alla fine del ’17 alcuni studenti napoletani si erano visti minacciare di nota e sette in condotta dopo aver protestato contro il lavoro gratuito che avevano prestato in un museo.

Al di là di quel che si pensi dell’alternanza scuola-lavoro, voluta dal governo Renzi (progetto che secondo i dati dell’ex ministro Fedeli, solo in quest’anno scolastico sta portando quasi 1 milione e mezzo di studenti liceali nelle aziende a fare stage non retribuiti), punire gli studenti per un reato che è a tutti gli effetti di opinione non è soltanto la negazione del concetto di scuola, ma è anche un abuso di potere da parte di insegnanti.

Quel che colpisce nella storia del ragazzo di Carpi, infatti, è la motivazione espressa dal preside Paolo Pergreffi e pubblicata sulla Gazzetta di Modena*: «La decisione presa dal consiglio di classe del 6 in condotta è stata un segnale che si è voluto dare al giovane, che peraltro va bene a scuola, nell’ambito di una valutazione non definitiva», ha scritto Pergreffi, e ha continuato: «Non pregiudicherà la promozione del ragazzo, ma abbiamo voluto dare un segnale per un’inversione di rotta nel comportamento».

Nella stessa dichiarazione, poche righe prima, leggiamo qualcosa di ancora più inquietante. Ricordiamo che sta parlando un educatore: «Tra le prime caratteristiche che chiedono le imprese c’è la buona educazione, al di là delle competenze tecniche».

Spiace dover ricordare al suddetto preside, che invece sono esattamente le competenze tecniche quelle che servono per lavorare in un’azienda. Come spiace ricordare, sempre al suddetto: se la buona educazione vieta di protestare pubblicamente per qualcosa che si ritiene sbagliato, allora non si chiama buona educazione, ma censura. Ecco il punto in cui la volontà di educare confligge con la libertà di opinione.

E invece -provocazione- se il compito della scuola fosse in primo luogo di istruire, anziché educare?

Facciamoci aiutare dal Dizionario etimologico, perché è dentro le parole che bisogna cercare i loro significati più profondi. Se andiamo a cercare il verbo “Educare”, per esempio, scopriamo che è di diretta discendenza latina, che mette insieme il verbo “condurre” e la preposizione “fuori” e che significa proprio “condur fuori l’uomo dai difetti originali della rozza natura, istillando abiti di moralità e di buona creanza”. E va bene la "buona creanza", e passi la "moralità" (anche se il ministero dell’istruzione si chiama appunto dell’istruzione, ché l’idea di un ministero dell’educazione ha risonanze totalitarie non piacevoli), ma, quando si vede un alunno sanzionato per un’opinione, viene da pensare che, forse, invece di educare, la scuola dovrebbe innanzitutto istruire. Anche visti i frizzantissimi dati che ci danno ai primi posti nelle classifiche mondiali di analfabetismo di ritorno, e funzionale.

Magari torniamo a leggerci la definizione di “istruire”, un altro verbo centrale della questione insegnamento: scopriamo che anche questo deriva dalla fusione di un verbo e di una preposizione: “in-struére”, che sta per costruire, comporre, fabbricare, e che è esattamente il verbo che dovrebbero avere in mente presidi e consigli di classi, perché è quella la loro missione: costruire, non censurare.

Che la scuola torni allora a istruire, a insegnare agli studenti come si legge un libro, come si studia, come si fa un riassunto, come si scrive un tema, come si calcola un integrale, come si risolve un’equazione. E che la smetta, e al più presto, di spiare quel che scrivono i ragazzi sui propri profili Facebook, soprattutto se lo scopo è punire e censurare le libere opinioni.

Un articolo di Andrea Coccia - L’inkiesta.it

*L’articolo della Gazzetta di Modena: "Carpi, critica lo "scuola-lavoro" su Facebook: punito con sei in condotta"

CARPI. Scoppia la polemica per un post scritto su Facebook da uno studente minorenne che frequenta la quarta dell’Itis Da Vinci. Lo scorso febbraio, il giovane, come gli altri studenti di quarta e di quinta, è stato protagonista di un progetto di alternanza scuola lavoro, previsto dal programma didattico. Il progetto prevede che venga trascorso un periodo all’interno di un’azienda, per “accorciare” le distanze tra scuola e mondo del lavoro.

Durante il primo giorno trascorso in una ditta metalmeccanica del territorio, lo studente ha pubblicato un post che secondo la scuola conteneva pesanti critiche all’azienda e al personale scolastico che ha organizzato il periodo in azienda. E per questo è stato punito dal consiglio di classe con il 6 in condotta.

«Nel post - spiega il preside dell’Itis, Paolo Pergreffi - lo studente faceva riferimento all’alternanza scuola lavoro come condizione di sfruttamento. Lamentava di non essere pagato per mansioni che considerava ripetitive. Questo proprio il primo giorno in azienda, quando le imprese, tra le prime caratteristiche che chiedono c’è la buona educazione, al di là delle competenze tecniche. Evidentemente la presa di posizione è dovuta a convinzioni ideologiche sull’alternanza scuola lavoro, probabilmente antecedenti rispetto all’inizio del periodo in azienda".

"E, del resto, non avrebbe potuto essere messo a svolgere mansioni particolarmente qualificanti il primo giorno che entrava in azienda. La decisione presa dal consiglio di classe del 6 in condotta è stata un segnale che si è voluto dare al giovane, che peraltro va bene a scuola, nell’ambito di una valutazione non definitiva. Gli scrutini, infatti, ci sono stati a gennaio, il periodo di alternanza scuola lavoro affrontato dallo studente si è svolto in febbraio. E la valutazione del 6 in condotta è stata espressa in marzo. Si tratta, dunque, di un giudizio intermedio. Non pregiudicherà la promozione del ragazzo, ma abbiamo voluto dare un segnale per un’inversione di rotta nel comportamento. Le affermazioni riportate in quel post sono state inappropriate sia verso l’azienda, sia verso gli insegnanti che si prodigano per portare avanti l’alternanza scuola lavoro, che richiede molto impegno e coinvolge 500 ragazzi, fra quarte e quinte. Mentre per le terze è previsto l’affiancamento, a scuola, di un tutor aziendale».

Agguerritissimi gli esponenti del comitato Sisma.12 nello schierarsi senza riserve dalla parte del ragazzo.

«Quello della scuola che sanziona con il 6 in condotta il ragazzo che ha espresso il suo pensiero è un atteggiamento repressivo e antidemocratico - attacca Aureliano Mascioli, del comitato Sisma.12 - Ci siamo già scontrati con questo tipo di atteggiamento che le istituzioni hanno sempre verso i terremotati. La scuola non deve prestarsi a questi metodi di intimidazione».

Un articolo di Serena Arbizzi 3 aprile 2018


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6 aprile 2018

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