Accordi stretti in segreto ma c’è tempo per fermarli

La vicenda dell’autonomia regionale differenziata di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna assume a volte toni surreali. Il ministro dell’Interno Salvini nell’intervista di ieri a questo giornale ha sostenuto che «tutti i territori, anche quelli del Sud, si avvantaggeranno con le autonomie». Una specie di magia, insomma; tanto che c’è da chiedersi perché non la si sia decisa prima, anche nei lunghi periodi in cui la Lega era al Governo. Il presidente della Lombardia Fontana, continua a sostenere che «avremo gli stessi soldi dallo Stato. Gli altri non ci perderanno niente»: esattamente il contrario di quanto sostenuto da sempre, anche in documenti ufficiali, dagli esponenti leghisti (e in particolare dal suo predecessore). E di quanto invece avverrà.

Armi di distrazione di massa. Con le quali si cerca di spegnere il crescente interesse dell’opinione pubblica nazionale per un progetto che cambia profondamente l’organizzazione dell’Italia, modifica il funzionamento dei grandi servizi pubblici, definisce i diritti dei cittadini in base alla loro regione di residenza, deprime il ruolo della Capitale, produce un forte spostamento di risorse all’interno del paese. A questa strategia giova la circostanza che non si conosce il testo delle Intese con le Regioni che il Governo si appresterebbe a firmare il prossimo 15 febbraio.

Circostanza in sé gravissima, per lo stesso funzionamento della democrazia in Italia: ci si troverà con testi firmati che Parlamento e cittadini non avranno avuto modo né di conoscere né di discutere minimamente, pur vertendo su questioni complesse e profonde. Testi che, è bene ricordarlo, il Parlamento potrà solo approvare o respingere, senza poterli modificare. E che, se approvati, non saranno più in alcun modo modificabili senza l’assenso delle Regioni coinvolte, neanche con un referendum.

Salvini e Fontana, se proprio sono convinti di quel che dicono, potrebbero fare una cosa semplicissima: far conoscere al Paese i testi delle Intese (e sottoporle ad un dibattito parlamentare) prima di firmarle. Ma quel che ci sarà scritto non è purtroppo difficile da immaginare. Lo si può capire dalle richieste regionali, che Salvini e la ministra degli Affari Regionali Stefani si sono più volte pubblicamente impegnati a soddisfare in toto; in particolare Stefani, ministra della Repubblica Italiana nel cui profilo twitter campeggia il leone di San Marco, tanto per fare ben capire da che parte sta.

E lo si può capire dal testo della Pre-Intesa siglata con le tre regioni dal governo Gentiloni il 28 febbraio dell’anno scorso, quattro giorni prima del voto. Una firma, è lecito dire, scellerata: da parte di un governo in carica per gli affari correnti, per mano di un sottosegretario bellunese (ora deputato per il gruppo SVP-Autonomie), con cui l’esecutivo guidato dal Partito Democratico – senza nessuna discussione pubblica o parlamentare – in uno dei disperati e inutili tentativi di non perdere le elezioni, ha concesso il massimo: e cioè il meccanismo previsto all’articolo 4 per il quale, dopo un anno, le risorse concesse alle Regioni saranno definite sulla base di “fabbisogni standard” parametrati al “gettito fiscale”.

In altre parole: i cittadini delle tre regioni avranno diritto a più risorse pro-capite per finanziare ad esempio la scuola, perché sono più ricchi. E’ vero che “avremo gli stessi soldi”; ma solo per il primo anno! Dal secondo anno in poi questo cambierà, in attuazione di un principio devastante dell’uguaglianza fra i cittadini: se vivi in un territorio più ricco hai diritto a più istruzione, più sanità. Per giunta, quanto peserà il “gettito fiscale” sarà nemmeno deciso dal Parlamento, ma da Commissioni paritetiche Stato-regione: cioè da tecnici nominati da Stefani, in contraddittorio (si fa per dire) con tecnici nominati da Zaia o da Fontana.

Questo è da almeno 25 anni il grande obiettivo della Lega. Ed è il succo delle richieste di Veneto e Lombardia; accettato - senza che la cosa abbia finora prodotto il minimo dibattito pubblico in quella regione, un tempo così fiera della sua cultura politica - anche dall’Emilia-Romagna. Meccanismo che naturalmente comporterà con il tempo, nell’impossibilità di aumentare la spesa pubblica totale, un travaso da quelle meno ricche (anche dell’Italia Centrale) a quelle più ricche. Dato questo meccanismo, e data l’enormità delle materie coinvolte (ben 23: non solo scuola e sanità, ma anche ambiente, beni culturali, infrastrutture, e tanto altro), ciò produrrà una progressiva, inevitabile, spoliazione del ruolo e delle funzioni di Roma come capitale del paese; una grande difficoltà nello stesso funzionamento delle amministrazioni centrali. Lo hanno ricordato l’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi su queste pagine, così come l’allarmatissima intervista di ieri al vicepresidente di Confindustria Maurizio Stirpe.

Almeno le imprese romane, come quelle napoletane, si fanno sentire. Tace sul tema la sindaca di Roma, Raggi; al contrario del sindaco di Milano, Sala, che almeno si oppone al progetto per timore di un centralismo regionale che potrebbe schiacciare la sua città. Così come tace il presidente della Regione, Zingaretti: che pure dovrebbe introdurre con forza nella discussione la grande questione di Roma città-regione.

E come possono, d’altra parte, i tanti parlamentari cinquestelle rappresentare il Mezzogiorno accettando una così smaccata penalizzazione dei suoi cittadini e delle sue imprese? Si potrebbe dire sorridendo: meglio il silenzio che l’appoggio al progetto dell’autonomia espresso dal Presidente della Puglia, Emiliano, contro gli interessi dei suoi corregionali. Ma c’è poco da sorridere: il 15 febbraio si avvicina, la politica mette la testa sottoterra, e l’Italia pare avviata verso una secessione di fatto delle sue tre regioni più ricche.

Un articolo di Gianfranco Viesti Il Messaggero 04 02 2019

Data ultima modifica: 6 febbraio 2019