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Umberto Galimberti, intervistato da Danilo D’Angelo per Byoblu, suggerisce di innalzare il limite della scuola dell’obbligo e di puntare sulla lettura. Ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica:

Nell’ambito del ciclo sulla scuola, Danilo D’Angelo è andato a intervistare, per Byoblu, Umberto Galimberti, filosofo, psicologo e saggista tra i più noti.

Professor Galimberti, durante questi mesi di interviste sul mondo scolastico ed educativo italiano in molti hanno espresso la necessità di modificare questo sistema scolastico, così fortemente influenzato da quelli che chiamiamo i poteri forti, l’economia, la finanza… Anche lei pensa che la scuola, oggi, si occupi di più della formazione del lavoratore piuttosto che dell’individuo?

Né uno né l’altro, direi, perché la formazione del lavoratore non è che la fai con l’alternanza scuola/lavoro. Perché quando uno va per 80 ore a vedere qualche cosa non è che sta lavorando né impara a lavorare. Qui, dal punto di vista del lavoro, non fa niente, dal punto di vista della formazione dell’individuo ancor meno. Perché qui dobbiamo capirci bene: la formazione non è l’istruzione.

L’istruzione è il passaggio di contenuti mentali da una testa all’altra. La formazione – se preferiamo l’educazione – è la cura della formazione del sentimento di una persona. Quando dico sentimento sto dicendo una cosa difficile perché per natura abbiamo le pulsioni, tra la natura e la cultura ci sono le emozioni (e mica tutti ce le hanno), cioè la risonanza emotiva dei loro gesti (e mica tutti ce l’hanno). Per cui oggi è molto difficile o comunque può capitare di frequente che uno non veda la distinzione tra insultare un professore e prenderlo a calci, oppure tra corteggiare una ragazza e stuprarla. Non hanno la risonanza emotiva di una differenza reale. Quindi anche lì, a livello emozionale, siamo messi molto male coi giovani di oggi.

Il livello sentimentale: i sentimenti sono culturali, non ce l’abbiamo per natura, i sentimenti si imparano dalle tribù primitive che raccontavano miti, alle nostre nonne che ci raccontavano storie per far capire cosa è il bene e cosa è il male, cosa è giusto e cos’è l’ingiusto, ai miti greci – che erano una galleria di sentimenti e di passioni. Zeus era il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Apollo la bellezza, Dioniso la follia, Ares l’aggressività. E questi concetti si imparano attraverso la conoscenza.

Oggi non possiamo più ricorrere ai miti, però abbiamo la letteratura che è il luogo dove tu impari che cos’è l’amore in tutte le sue declinazioni, che cos’è il dolore, cos’è la tragedia, cos’è la noia, cos’è la disperazione. E se non parti da questi concetti come fai a gestire i tuoi stati d’animo? Poi i giovani stanno male e non sanno neanche dire perché! Perché non hanno il vocabolario dell’apparato sentimentale e se tu non hai sentimenti è chiaro che puoi anche bruciare un immigrato, perché uno che ha un sentimento non arriva a mettere in atto queste azioni che appartengono ai bulli i quali – non avendo il linguaggio – usano i gesti.

E cosa fa la scuola? Li mette fuori, li sospende? E ce li deve tenere lì il doppio per insegnargli qualcosa di più! Quindi l’educazione non viene attuata, anche perché l’educazione come cura del sentimento la puoi fare se le classi sono fatte di 10/15 persone. Se sono 30 è già deciso che non si può fare educazione. Siccome noi abbiamo classi di 30/35, la scuola italiana non educa. Al massimo, quando riesce, istruisce.

Con l’alternanza scuola/lavoro gli studenti si abituano ad andare a lavorare praticamente gratis. Quando escono dalla scuola e trovano un lavoro per 400/500 € sono contentissimi! È così che la scuola forma l’individuo?

Dunque, io penso che fino a 18 anni le scuole sono scuole di formazioni. Cominciamo a formare l’uomo, Dio buono! Che tu fai il liceo classico, che tu fai il magistrale, che tu fai l’istituto tecnico, costruiamo l’uomo! Perché tante bestie che oggi fanno i manager, sono delle vere bestie, non c’è l’uomo dietro di loro. C’è semplicemente l’esercizio del potere anche nel modo più sadico possibile con i sottoposti.

Quindi secondo me, fino a 18 anni formiamo l’uomo. Attenzione! Poi c’è questa cultura della prestazione. Guarda che la nostra scuola sta degenerando. Perché a Milano, nei licei classici, non si fanno più i temi? Perché i temi sono sostituiti da quelle prove della comprensione di un testo scritto? In cui io ti do 10 parole, ogni parola che sbagli nella indicazione del significato un punto in meno? Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la tua soggettività (perché nel tema viene fuori la soggettività) a me non interessa perché non è valutabile. A me interessa la tua prestazione. Allora li abituiamo così, che quello che conta nell’uomo è la prestazione? E per giunta vogliamo anche insegnargli a lavorare prima del tempo? No, questo non va bene.

Secondo me uno dei primi passi che bisognerebbe fare in un’ipotetica scuola è quello della formazione del docente, prima di tutto.

Dunque, allora, per quanto riguarda i professori ho le idee abbastanza chiare, anche se loro mi detestano quando le dico. I professori devono essere sottoposti a un test di personalità. Perché? Perché insegnare vuol dire comunicare, vuol dire essere carismatici, vuol dire trascinare, vuol dire plagiare – perché no? -, lo dice Platone:

«S’impara per imitazione, per fascinazione, per mimesi, per methexis, per plagio».

E, attenzione, ci vogliono i professori fatti così: capaci, capaci di comunicare, che ci credono nel loro mestiere, capaci di affascinare. Se non hai quelle doti non lo devi fare il professore. Il test di personalità che cosa vuol dire? Che tutti quelli che vanno a lavorare sono sottoposti al test di personalità, che si chiama colloquio. Se una casa editrice deve prendere un correttore di bozze cosa fa? Fa un colloquio? E cosa indaga con quel colloquio? Indaga se il candidato è un ossessivo grave, perché solo a quella condizione può correggere bene le bozze.

Alla stessa maniera bisogna fare con i professori. Quando tu vedi certi professori che sono l’”imago mortis” come entrano in classe, vengono lì solamente per deprimere i ragazzi, per demotivarli e quando tu hai demotivato un ragazzo, l’hai avviato sulla strada della depressione a cui lui compensa attraverso delle grandi bevute, magari anche un po’ di droga e poi ogni tanto anche col gesto estremo, tenendo conto che in Italia si suicidano 400 studenti all’anno, che non è una cifretta da niente.

Mi hanno chiamato a fare una conferenza in novembre a Locarno in Svizzera e gli ho detto:

«Perché sono qua?» e loro mi hanno risposto: «Perché la Svizzera italiana ha superato la Svezia e il Giappone nel numero dei suicidi giovanili».

Ecco. Una volta non è che i ragazzi si suicidavano, avevano voglia di vivere. E allora come mai la scuola li induce al suicidio? Eh! Appunto! È la qualità dei professori. Io penso che un ragazzo sia fortunato se in una squadra di nove professori come sono quelli di un liceo ne trovo uno o due che sia un maestro. È già fortunato. E gli altri, però cosa sono lì a fare?

Come si formano i maestri?

I maestri nascono tali per natura e purtroppo l’arte di essere carismatico non è una tecnica che puoi insegnare. Se tu non hai questa natura, cioè se uno non ha la natura di pittore, se si mette a fare i suoi quadri, quei quadri lì non sono arte perché non è un pittore, punto e a capo! Se non sei bravo a suonare fino a raggiungere livelli magistrali, non sei un musico! E perché sei un insegnante se non sai insegnare? Perché i Ministeri hanno sempre visto la scuola come un luogo di occupazione d’insegnanti, non come un luogo di formazione di giovani. Questo va detto con estrema chiarezza.

Oggi basta che tu sia laureato, in qualunque campo, poi fai l’esame di abilitazione e puoi insegnare. Non sarebbe utile introdurre un sistema di formazione degli insegnanti?.

La formazione serve se tu hai già una natura idonea. Se non ce l’hai è inutile che ci provi: vai incontro anche tu stesso professore a una infelicità per tutta la vita! E se non te la senti di far l’insegnante, andare lì tutti giorni alle otto della mattina fino a mezzogiorno o giù di lì è un inferno se non hai una passione! Insomma! Però per questo bisogna, se vogliamo riformare questa scuola, bisogna che le scuole diventino competitive.

Io ero d’accordo – a parte tutti gli inconvenienti che possono derivare da una dittatura del Preside a cui concedo di assumere i professori e naturalmente senza far troppi esami e cose varie – ad assumere professori in una gara in cui chi si attribuisce i migliori avrà più studenti. Inutile fare discorsi. Oppure ne avrà meno.

Perché poi ai genitori non interessa niente della formazione dei figli. Non gli importa niente, perché i genitori servono solo a fare i sindacalisti dei figli. Interessa solo che passino gli esami. E allora in una scuola competitiva qualcosa può funzionare. Per esempio, non so, laureavo degli studenti meravigliosi: questi qui non potranno mai insegnare filosofia. Perché? Perché ci sono quelli che hanno già cinque figli, 40 anni, demotivati, che stanno lì fino a 60/70 a insegnare.

Allora abolirei il ruolo che non esiste da nessuna parte, c’è solo nello Stato. Via il ruolo e si scelgono i migliori. Dopodiché c’è anche l’orgoglio di una scuola di essere migliore di un’altra e l’altra che cerca di fare un po’ di competizione per diventare migliore di quella. Che non significa diventare privati. Significa diventare statali ed essere statali, però con l’orgoglio di essere più bravi. Poi le scuole private vanno tutte abolite perché non sono luoghi di formazione, ma sono luoghi di promozione. Sono esamifici. La scuola di recupero, il CEPU è uno scandalo culturale! Bisogna eliminarlo, basta!

Ci sono scuole private e scuole private…

Sì, ci sono scuole private che funzionano anche se funzionano sulla base di supplenze di scuole pubbliche. Ad esempio a Mosca c’è un liceo artistico che eleggono ogni anno e che è il primo nella classifica dei licei artistici. E perché noi, invece facciamo delle scuole d’arte che non valgono niente? Dove la gente si limita solo a fumare spinelli e stare sbragati fuori dalle scuole?

Perché i licei artistici sono licei inutili, quando potrebbero essere utilissimi per formare dalla gente che sa muoversi nel patrimonio culturale e artistico italiano?

Ecco, a Monza, il liceo artistico di Monza è un liceo di suore e funziona benissimo. È sempre primo, però sono eccezioni. Poi ci sono delle scuole, invece che sono degli esamifici: le scuole del recupero anni, robe del genere. Cosa vuoi recuperare? Quando ci sono delle bestie… queste bestie non le fai studiare! È inutile fare studiare tutti. Lo studio è una fatica maggiore del lavoro, se vuoi. E allora, se uno non se la sente non lo fa. Perché bisogna farlo per forza?

Ha senso, secondo lei, che esista una scuola dell’obbligo? E fino a quanti anni dovrebbe esserlo?

Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri. Se tu insegni la “Divina Commedia” come ce la raccontava Benigni, magari qualcuno studia anche la “Divina commedia”. Se invece c’è lì un professore che ti chiede la Battaglia di Campaldino, dov’era Campaldino – ehbeh! – allora non ti studia più la “Divina Commedia”. Quindi la scuola dell’obbligo fatta bene, fino a 18 anni e poi insistere a far leggere libri alle persone.

Dalle lettere che ho ricevuto dagli studenti, mi sono reso conto che in una classe a leggere sono due o tre! Due o tre! Gli altri fanno le interrogazioni tirando giù quattro informazioni da Google. Fine. Noi italiani siamo all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. Ciò vuol dire che uno legge e non capisce. Esiste un analfabetismo di ritorno aiutato anche dall’informatica che riduce il linguaggio a 50 parole e oltre quelle non ne sai più.

Solo che se hai poche parole in bocca non è che hai tanti pensieri in testa, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che hai. Io non posso pensare una cosa di cui non ho la parola. E se ho poche parole penso poco. E quando un popolo pensa poco è incolto come siamo noi italiani: ignoranti siamo! Veramente ignoranti! Basti pensare che il giornale più diffuso è “La gazzetta dello sport” (detto tutto).

Ecco, noi perdiamo dal punto di vista storico ed economico. Io ho un dentista che è anche Console dell’Armenia e gli ho chiesto «Perché agli armeni, pur avendo avuto il genocidio non è stato riconosciuto da tutti e poi non sono famosi come gli ebrei?», risposta secca: «Perché gli ebrei sono colti e noi no!». Perché la Germania funziona meglio di noi? Perché i tedeschi leggono e noi no! Quando io andavo a Venezia, a Verona venivano giù i ragazzi da Monaco, giù di lì, per arrivare a Venezia. Avevano in mano dei libri, che poi lasciavano sul treno come noi lasciavamo i giornali. Oggi troviamo qualcuno che ha in mano un libro (che non sia le sfumature di grigio)?

Non pensa alle scuole private come a un’alternativa possibile al sistema scolastico italiano?

Oggi le scuole private sono giustificate dal fatto che, siccome le scuole pubbliche sono in condizioni spaventose, uno può dire: «Beh! Qui c’è un pool di professori che funziona in questa scuola privata: perché no?». Rispetto, magari, a una serie di professori che non funziona nella scuola pubblica? Cioè, finché non funziona la scuola pubblica noi apriamo la strada a quella privata – è inutile far discorsi – e io stesso, se avessi dei figli in età scolare, di fronte a una scuola pubblica che non mi funziona li mando a una scuola privata.

Sapendo di creare un handicap a mio figlio, perché le scuole private – di solito – sono scuole confessionali, sono scuole in cui tu impari una sola idea, tante volte quell’idea è la stessa che hai sentito in famiglia, cioè diventi un cretino prima degli altri. Mentre la scuola pubblica dove tutte le idee del mondo, tutti i colori delle facce del mondo e diventi un po’ più sveglio. Mi rendo conto che poi noi andiamo avviandoci verso una storia multiculturale e non è che tu se hai una sola idea, una sola cultura ti muovi meglio: ti muovi peggio!

Questo è l’handicap delle scuole private. Naturalmente sono necessarie affinché la scuola pubblica non funziona. Non so, ma non funziona anche per ragioni nevrotiche. Se un professore ce l’ha su con uno studente e questo studente, qualunque cosa faccia, va sempre male è chiaro che lo toglie dalla scuola pubblica e va in quella privata. E perché succede questo? Per la nevrosi del professore? Eh! Insomma, ci sono anche gli psichiatri, gli psicanalisti a mettere a posto la testa ai professori. Ci vanno tutti dallo psicanalista, possono andarci anche loro. Naturalmente bisogna fare, però delle classi più ridotte. Più ridotte: dai 12 ai 15 come in Svezia. Allora li segui a uno a uno e li segui bene.

Questo vuol dire un incremento del numero dei professori, però! Sembra quasi un paradosso, nel senso che forse sarebbe meglio averne di meno, ma che sappiano fare il loro mestiere e che siano motivati.

Ma quanti ce ne sono di bravi? Insomma, io ne ho tirati fuori tanti di bravi che potevano benissimo insegnare filosofia, italiano, storia, però come facevano? Facevano l’abilitazione e finita l’abilitazione avevano davanti tutti quelli che avevano 40 figli, divisi dal marito che punteggiano… ma quelli non sono punteggi culturali! Devi togliere quelle cose lì!

Durante le sue conferenze lei parlava di un tema a lei caro: l’apertura delle scuole per più ore anche agli esterni, trasformandole in luoghi di cultura, in grado di attirare le persone e non soltanto gli studenti a frequentarle maggiormente dopo gli orari di lezione, giusto?

Sì, la scuola per me dovrebbe essere aperta dalle 8 della mattina fino a mezzanotte, almeno. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione dal Ministro Berlinguer nel ’98 e lui ha detto: «E chi mi paga i bidelli?». Se questi sono i problemi allora basta: lasciamole chiudere, alla una le chiudiamo e non se ne parla più.

I ragazzi, oggi, non hanno più luoghi di socializzazione. Una volta avevamo gli oratori, le sezioni di partito. Oggi quali sono i luoghi di socializzazione? Il bar. E cosa fa uno al bar, beve? Punto. Neanche le discoteche sono luoghi di socializzazione perché tanto non puoi parlare dalla musica fortissima che hai e dalla testa ormai rovinata dalle droghe che assumi in quella serata. Ecco, allora i luoghi di socializzazione sono fondamentali soprattutto adesso in una cultura dove la gente socializza attraverso i mezzi informatici, dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti.

- continua a leggere l’intervista integrale qui:

DANILO D’ANGELO SCUOLA UMBERTO GALIMBERTI

www.byoblu.com 20 04 2018

Data ultima modifica: 24 marzo 2019