Premio Pulitzer: chi è l’italiano che ha vinto il premio

È il primo fotografo italiano ad aggiudicarsi un Pulitzer, il più importante riconoscimento giornalistico degli Stati Uniti. Lorenzo Tugnoli, nato a Lugo (RA) nel 1979, è stato insignito ieri del premio Best feature photography (ovvero miglior servizio fotografico) grazie al suoi reportage dallo Yemen, realizzati per il Washington Post nel 2018. Non solo, perché ha appena vinto anche un premio al World Press Photo. Tugnoli, freelance rappresentato da Contrasto che vive a Beirut, ora è a Washington e sta ricevendo chiamate da tutto il mondo.

Cosa c’è in questi premi oltre alla gloria?

«Il prestigio non conta. Ma ben vengano i premi. In Yemen c’è un conflitto di cui si deve parlare, meglio e di più, negli Usa e in Italia, e a questo serve il Pulitzer».

Cosa sta succedendo?

«Il Paese è immerso in un guerra civile dal 2015. Questo ha causato una crisi umanitaria enorme: due terzi della popolazione non è sufficientemente nutrita. Ci sono quattro milioni di sfollati interni. Molte città nel nordovest sono completamente distrutte».

Nei suoi scatti vediamo bambini tanto magri da sembrare in fin di vita. La situazione è così grave?

«Il cibo c’è ma costa tantissimo. I bambini muoiono ogni giorno: ho scattato molte foto negli ospedali che provano a salvarli, con creature scheletriche a cui sono appese le flebo».

Una delle sue storie pubblicate dal Washington Post è intitolata Powerless, senza potere. Di cosa parla?

«Siamo nella città di Hajjah in una di queste cliniche. Un giorno arriva una bambina di dieci anni: aveva grandi occhi e un corpo fatto di pelle e scheletro. Ma non era abbastanza sottonutrita per essere accettata. Mi sono sentito completamente disarmato. E dire che basterebbe così poco per fare in modo che non stiano male».

Riesce a trovare un equilibrio tra fotografo che scatta e persona che aiuta?

«Per questo ci sono le regole ferree dei giornali americani: il codice etico prevede che se offri dei soldi o degli aiuti alle persone, bambini compresi, poi non puoi fotografarle o intervistarle. È difficile scegliere: ci sono punti dove mi seguivano 30 ragazzini. Però ci sono dei casi così drammatici che rinunciare alla storia vale la pena».

E tra bellezza dello scatto e tragedia difronte?

«Cerco la delicatezza, mai l’iper-violenza. Ho più volte detto che le fotografie sono simili agli haiku, i componimenti poetici giapponesi».

Quanto tempo ha passato in Yemen?

«Due mesi. Sono andato a giugno 2018 e poi sono tornato a novembre e dicembre».

Sempre per il Washington Post?

«Sì. Questo è un aspetto importante. Il giornale mi ha supportato in tutto, lasciandomi lavorare per molto tempo. Deve essere un lavoro di squadra, con giornalisti che scrivono, photo editor e redazione. Una cosa che non succede quasi più. Ed è così che si vincono i Pulitzer, perché non basta mandare un fotografo per qualche giorno da qualche parte. Bisogna che il mondo dei media lo capisca: per arrivare a dei risultati bisogna investire in notizie, reportage e foto».

Lei lavora da anni i migliori giornali. Quanta gavetta ci è voluta?

«Ho iniziato a Bologna. Poi il G8 a Genova. Dopo a New York negli archivi di Magnum. Poi ho preso la strada dell’Afghanistan, nel 2010, ho vissuto a Kabul, e infine del Medio Oriente, con base a Beirut».

Premio in mano ora può dare consigli ai giovani: lezione numero uno?

«Guardate in faccia le persone che volete fotografare. Siate sinceri con loro. Rispettateli. Pensate prima di tutto a loro».

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Lorenzo Tugnoli sarà al Festival dei Diritti Umani dal 2 al 4 maggio a Milano.

Data ultima modifica: 20 aprile 2019