I NOSTRI PARCHI SENZA COMANDI

Sono i custodi della biodiversità, territori protetti da una legge dello Stato e da proteggere. I 24 Parchi nazionali coprono oltre un milione e mezzo di ettari, tra terra e mare (pari al 5% del territorio nazionale). Metà sono senza testa: 14 privi del presidente o commissariati. E 10, come il parco delle Dolomiti Bellunesi che lo scorso autunno fu teatro della strage di alberi, insieme ai parchi della Sila, delle Foreste Casentinesi, della Majella, dell’Appennino Lucano, del Gargano, della Maddalena, privi anche della figura fondamentale del direttore.

Per questo undici associazioni ambientaliste - Club Alpino Italiano, Enpa, Federparchi, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Marevivo, Mountain Wildernes Italia, Pronatura, Touring Club, Wwf - si sono rivolte al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, chiedendogli di intervenire con urgenza per risolvere le nomine in sospeso. È tutt’altro che una questione di lana caprina. A determinare la discesa in campo del fronte ambientalista compatto è l’ultima sedia vuota che si è aggiunta all’elenco. È scaduto, infatti, anche il presidente del Parco d’Abruzzo (nell’immagine, un tratto del cammino della camosciara a Civitella Alfedena), già senza direttore da due anni, il più antico tra i Parchi nazionali della montagna appenninica, che ha avuto un ruolo-guida fondamentale per la nascita della Legge quadro sulle aree protette e nella conservazione di alcune specie più importanti della grande fauna italiana: l’orso marsicano, che vive solo qui, e il camoscio d’Abruzzo, oltre al lupo.

Il parco modello

«Il Parco nell’arco della sua storia quasi centenaria - scrive Federparchi – ha sempre rappresentato l’esempio concreto e simbolico di una lungimirante gestione del patrimonio paesaggistico, naturale, culturale del nostro paese fino ad acquistare il valore di modello di riferimento per tutti i successivi Parchi nazionali presenti sul territorio italiano.Se ravvisiamo in questo imminente passaggio del testimone un potenziale pericolo è perché l’esperienza maturata in questi ultimi anni non lascia ampio spazio all’ottimismo».

A rendere più delicata la fase di transizione c’è anche il progetto di revisione della legge che istituì i Parchi nazionali nel 1991, ribattezzato legge «sfascia-parchi», perché gli obiettivi conservazionistici passavano in secondo piano rispetto all’esigenza di trasformare i parchi in motore di business. Un movimento dal basso, di cui «Il Gruppo dei Trenta» - formato dalle più autorevoli figure italiane nel campo della conservazione della natura - è espressione, riuscì a congelarlo alla vigilia delle ultime elezioni politiche. Spiega, infatti, Francesco Mezzatesta, medico e naturalista di Parma, che con Fulco Pratesi ha fondato la Lipu ed è una delle anime del Gruppo dei Trenta: «Non c’è dubbio che la legge del ‘91 abbia bisogno di una rivisitazione. Ma tenendo alcuni punti fermi. Uno riguarda la figura del direttore, che deve avere competenze naturalistiche ambientali e l’autonomia per dire dei “no” quando occorre. Quanto al presidente sarebbe auspicabile che non fosse nominato per appartenenza a un partito ma tenendo conto di competenze».

Ci sono le cronache a confermare quanto la tensione sia alta sul tema. Di poche settimane fa la notizia di una testa d’agnello recapitata al responsabile del servizio tecnico del Parco nazionale dell’Abruzzo insieme a un biglietto: «Gennai tornatene a Siena altrimenti demoliamo te». Andrea Gennai, che è in realtà pisano, ha solo applicato la legge avviando la demolizione di opere abusive. Ha una laurea in Scienze forestali ed è anche uno dei candidati giudicati idonei al ruolo di direttore dal Ministero dell’Ambiente. Il fatto è stato anche oggetto di una interrogazione parlamentare. Raggiunto al telefono il responsabile tecnico spiega: «Credo sia importante che nei parchi ci siano professionisti che ne conoscono le dinamiche complesse. In questi decenni, dentro le aree protette la biodiversità si è mantenuta se non addirittura aumentata e il Parco d’Abruzzo è un esempio perfetto di come l’obiettivo della conservazione sia stato raggiunto e rispettato, mantenendo l’equilibrio con la gente del territorio: il turismo naturalistico, infatti, ha retto alla crisi».

L’età dell’oro

Si unisce al coro Rosario Fico, veterinario dell’Istituto Zooprofilattico che qui iniziò a lavorare per la tutela di orsi e lupi. «Con la legge che istituì i Parchi noi all’epoca pensammo di essere all’inizio di un’avventura, invece era la fine di una età dell’oro». Tra chi ha dedicato la sua vita alla difesa della natura c’è poi Franca Zanichelli, che ha trascorso gli ultimi undici anni come direttrice del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e aggiunge: «Oggi c’è una sorta di isolamento dei funzionari quando cercano di far rispettare le regole che sono le prerogative dei parchi rispetto alla tutela del territorio».

Infine Giorgio Boscagli, romano, biologo esperto in gestione dei grandi carnivori, già ispettore al Parco d’Abruzzo e poi direttore, tra gli altri, del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi: «Proponiamo una commissione di conservazione della natura che supporti il Ministero prendendo in mano il tema delle aree protette a 360 gradi». Bene occuparsi della patologia dei Parchi (rifiuti, bracconaggio, speculazione edilizia, ecc.) ma nessun medico può curare un paziente se a digiuno di conoscenze di anatomia, che per un parco è l’habitat.

27 aprile 2019 Un articolo di Paola D’Amico | Corriere della Sera

Data ultima modifica: 2 maggio 2019