AUTONOMIA: chi ha punito il Sud

Ed ora? Dalle prime dichiarazioni della Lega, vincitrice delle elezioni, emerge una possibile agenda per l’azione di governo: revisione del fiscal compact, flat tax, Tav Torino-Lione e autonomia regionale differenziata. Ma il vero grande tema delle prossime settimane è solo quest’ultimo. La revisione delle regole europee appare infatti assolutamente impervia.

Questo anche per la netta opposizione proprio dei partiti “sovranisti” degli altri Paesi, formalmente alleati della Lega. La flat tax ha una valenza politica molto grande, dato che in quanto tale non risolve il problema della tassazione a tutta la platea e produce una voragine nei conti pubblici: con le condizioni difficilissime dei conti, specie con lo sguardo al prossimo anno, però, l’area di manovra appare assai ridotta. La Torino-Lione, con il progetto rivisto e ridimensionato, ha ricevuto un largo consenso e dovrebbe superare gli ultimi ostacoli; semmai c’è da chiedersi perché tanta enfasi solo su quel collegamento e non sulle indispensabili opere per i pendolari intorno alle grandi città, sulle trasversali Ovest-Est, sull’alta capacità nel Mezzogiorno, di cui nessuno parla.

L’autonomia differenziata: produce un enorme risultato immediato di annuncio, ed effetti concreti profondi, normativi e finanziari, ma solo nel tempo. Chi ci guadagna (il Nord) lo sa subito; chi ci perde (il Sud e Roma) potrebbe rendersene conto solo negli anni, quando ormai sarà troppo tardi. Il perché è stato spiegato più e più volte su queste colonne. Dal punto di vista dei contenuti, il progetto ha una dimensione enorme, coprendo quasi tutto l’intervento pubblico in Italia: basti dire solo che segnerebbe la fine della scuola pubblica nazionale italiana che esiste da 168 anni.

Uno dei tanti aspetti interessanti è che i suoi sostenitori proclamano che farà del bene a tutto il Paese, ma si guardano bene dal rendere pubblici i testi degli accordi già raggiunti fra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e il governo. Dal punto di vista finanziario, le disposizioni oggi previste possono portare nel campo dell’istruzione ad un sostanziale spostamento di denaro in favore di Veneto e Lombardia, impoverendo ancora di più il già debole sistema della scuola del Centro-Sud; potrebbe ri-orientare gli investimenti pubblici. Soprattutto, potrebbe garantire alle tre regioni risorse certe, anche in caso di revisioni della spesa o crollo del gettito fiscale, lasciando il debito pubblico sulle spalle di tutti gli italiani.

Sul piano procedurale, infine, la portata dell’operazione non può che implicare una lunga e informata discussione e decisione parlamentare; mentre il pericolo è che alle Camere arrivi un testo solo di principi e che tutto il potere finisca poi nelle mani di commissioni paritetiche Stato-Regione, senza che il Parlamento controlli più nulla.

Questo è lo scenario che ha davanti il Movimento 5 Stelle. Che certo oggi è assai più al corrente di questo tema e delle sue conseguenze molto più di quanto lo fosse al momento di sottoscrivere improvvidamente il Contratto di governo. E che è conseguentemente chiamato a decisioni importanti per il Paese e per il suo stesso futuro: perché accettare ora un’imposizione leghista – pur avendo sempre un numero di parlamentari assai maggiore – lo porterebbe a consumare velocemente il residuo, non piccolo, consenso di cui gode nel Centro-Sud ed in particolare nel Mezzogiorno: dal 18% circa di Lazio e Marche al quasi 34% in Campania.

E questo è lo scenario che ha davanti il Partito Democratico. I dati parlano chiaro: un partito che certo ha evitato una pesante sconfitta, ma che non ha comunque avuto un grande risultato in termini di voti. E che va molto meglio nelle città che nelle campagne (ad esempio 44% a Firenze contro 33 nella Toscana tutta); e molto meglio al Nord che al Sud (quasi 24% in Piemonte, meno del 17 in Puglia e Sicilia). Se vuole conquistare e riconquistare elettori deve ricominciare ad occuparsi dell’Italia che non vive nei centri delle città più forti; e quindi, necessariamente, uscire dalle molte ambiguità su questo tema. Un conto è proporre una equilibrata riflessione sulle autonomie regionali, sui meccanismi di finanziamento, sul livello essenziale dei servizi di cui deve godere ogni italiano; un conto è tacere, spesso ammiccando, sullo spacca-Italia.

Certo è un paradosso. La politica ha completamente rimosso, da tempo e sia a destra che a sinistra, il tema dello sviluppo del Sud, della formazione delle sue classi dirigenti, dei diritti dei suoi cittadini. Ma i dati di ieri confermano che il voto del Sud, dei suoi tanti astenuti, dei sostenitori dei 5 Stelle, di quanti sono stati ammaliati dal fascino leghista, rimane quello che deciderà le prossime elezioni politiche. Finita una pessima campagna elettorale, sarebbe ora di occuparsene seriamente, per il bene e lo sviluppo dell’intero Paese: a cominciare dagli enormi pericoli della “secessione” silenziosa.

Un articolo di Gianfranco Viesti 28 05 2019 Il Gazzettino

Data ultima modifica: 3 giugno 2019