Rodari: Un mondo pieno di errori fantastici

Il 23 ottobre 1920 nasce a Omegna, sul lago d’Orta, Gianni Rodari. Piemontese cresciuto in Lombardia, adottato da Roma, con il cuore saldamente piantato in Emilia Romagna (la moglie è modenese), Rodari è stato il più grande scrittore di favole e filastrocche del Novecento italiano.

Eppure, malgrado questo, troppo spesso, come ha scritto il maestro Mario Lodi, i suoi versi, le sue storie per l’infanzia, sono finiti come «uccellini in gabbia» in libri e antologie, addomesticati, resi innocui da una melassa di buoni sentimenti.

OGGI CHE SI APRE l’anno rodariano, vorremmo invece provare a restituire un Gianni Rodari parte fondamentale della storia della cultura italiana non solo dell’infanzia ma nella sua interezza: un intellettuale militante che ha attraversato il secolo breve, le sue contraddizioni, le sue speranze e sconfitte, senza perdere mai, fino alla fine, giunta troppa presto il 14 aprile 1980, la lucida convinzione che

«

il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato, ecc. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo, e servirsene per scrutare l’universo fantastico

».

Rodari ha iniziato a scrivere sull’Unità di Milano nel 1947, sotto la direzione di un giovane Aldo Tortorella, ed è a sua figlia Susanna che lo scrittore di Omegna ha dedicato la sua prima filastrocca. Da quel momento, per caso, la sua vita è cambiata per sempre. Un caso diventato un mestiere, nel quale sono precipitate passioni messe da parte negli anni della formazione come quella per Alfonso Gatto e per Eugenio Montale che lo porta a cercare nella realtà che lo circonda «l’anello che non tiene», il varco per un mondo nel quale, attraverso il gusto surreale imparato dai testi di Breton e di Kafka, risiede un mondo dove vigono regole diverse, le regole della fantasia. Quanto più fantastico il progetto a livello immaginativo, tanto più realistica e particolareggiata deve essere la sua esecuzione, questo in sintesi il suo credo: per questo Rodari ama Pinocchio, il suo realismo, la sua logica che ai più sembra irrealizzabile, ma che invece è a portata di mano, una volta cambiata la materia di cui son fatti i personaggi.

COSÌ TUTTO può essere immaginato in modo diverso: la scuola, la famiglia, perfino la democrazia, attraverso la lingua, lo straniamento, il cambiamento di prospettiva, persino l’errore. «Certi errori possono essere utili strumenti per evocare certe realtà, magari per conoscerle meglio. Si può insegnare al bambino non solo a evitare l’errore, ma anche a capire che l’errore, spesso non sta nelle parole, ma nelle cose; che bisogna correggere i dettati, certo, ma bisogna soprattutto correggere il mondo».

Perché poi c’è Antonio Gramsci, la sua idea di intellettuale collettivo, che accompagna il comunista Rodari tutta la vita: «Io considero mio committente il movimento operaio e democratico più che il mio editore» dirà a Reggio Emilia nel 1974. Come ha detto di lui Cesare Zavattini, Gianni Rodari è stato forse lo scrittore che più di ogni altro ha creduto nella necessità di trasformare

«il fatto nuovo che stava succedendo, cioè la democrazia, in materia prima del suo lavoro, perché ogni grande sentimento ha sempre la possibilità di esprimersi con dei mezzi dell’immaginazione»,

senza perdere di vista un futuro nel quale, per esempio, la parola piangere sarà sconosciuta ai bambini e alle bambine insieme ad altre cose assurde e inimmaginabili come il tram di Monza o le sbarre di una prigione.

PROFONDAMENTE CRITICO nei confronti della scuola così come la incontra nella sua vita («riformatorio ad ore» la chiama nel 1968) si avvicina al Movimento di cooperazione educativa e immagina con Mario Lodi, Bruno Ciari e tanti altri e altre maestre una nuova figura di insegnante.

E una scuola dove non si deve «stare attenti e ricordare e basta». Una scuola dove anche la fantasia sia dotata di una sua grammatica, di regole da insegnare, tenendo presente però che ogni bambino è un fatto nuovo e che anche le regole non sono date una volta per tutte:

«ora per conoscere i bambini c’è un modo soltanto: quello di osservarli, di dare loro ascolto»

. Cercando di non credere ai propri ricordi: «i nostri ricordi, a parte le deformazioni che essi ricevono dal modo di lavorare della memoria, non possono spingerci tanto indietro da garantirci che noi siamo stati proprio il bambino che crediamo. Noi ricordiamo pochi, singolari e isolati episodi della nostra infanzia fin verso i cinque sei anni; ma quel bambino, per arrivare a sei anni, ha vissuto centinaia di giorni, migliaia di ore, milioni di attimi ciascuno con la sua esperienza. E quel bambino non esiste più». Inoltre, «quell’esperienza noi la portiamo in modo quasi del tutto inconsapevole, la ricostruiamo per sintomi esteriori sulla base dei racconti dei nostri genitori, ecc. Bisogna dunque veder vivere i bambini e credere ai propri occhi e alle proprie orecchie e non alla propria memoria».

Gianni Rodari muore lunedì 14 aprile 1980. È Tullio De Mauro a scrivere l’articolo a lui dedicato sulla terza pagina de L’Unità: «Ha ragione Marcello Argilli: Gianni Rodari è stato sottovalutato dalla nostra critica. Tuttavia, la sottovalutazione ha tali dimensioni che, a misurarla, per quanto la si dia in anticipo per scontata si resta sorpresi lo stesso. Tra Rod, Édouard, e Rodighieri. tra Rodomonte e Rodenbach, si cerca inutilmente il nome di Gianni Rodari anche nelle mastodontiche storie letterarie messe in piedi in questi anni da Garzanti, Sansoni e, da ultimo, da Carlo Muscetta per Laterza. E nome e biografia di Rodari mancano anche nell’aggiornato Lessico Universale dell’Enciclopedia Italiana».

OGGI LE COSE non sono poi tanto cambiate, Rodari continua a rimanere nella stanza dei giocattoli, sugli scaffali dei libri dei bambini, come se poi quei libri i bambini non li leggessero insieme a genitori e insegnanti, non parlassero anche a loro. Speriamo che nell’anno rodariano, rimboccandosi le maniche, anche questo errore sia corretto.

«In principio la Terra era tutta sbagliata/ renderla più abitabile fu una bella faticata/ Per passare i fiumi con c’erano ponti,/ non c’erano sentieri per salire sui monti./ Ti volevi sedere? Neanche l’ombra di un panchetto./ Cascavi da sonno? Non esisteva il letto./ Per non pungersi i piedi, né scarpe, né stivali./ Se ci vedevi poco, non trovavi gli occhiali. Per fare una partita, non c’erano palloni;/ mancavan la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni,/ anzi, a guardar bene, mancava anche la pasta./ Non c’era niente di niente: zero più zero e basta./ C’erano solo gli uomini con due braccia per lavorare,/ e agli errori più grossi si poté rimediare./ Da correggere, però, ne restano ancora tanti:/ rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!».

Un bel pezzo di Vanessa Roghi - 22 10 2019 Il Manifesto

www.100giannirodari.com

Data ultima modifica: 22 ottobre 2019