#Milano non si lega

“Le Sardine sono populiste?” La domanda circola sui giornali e nei talk show (ne abbiamo parlato proprio stamattina a Omnibus con Laura Tecce, Luca Telese e Davide Giacalone) spesso con toni che vanno dai maligni gesti di assenso dei loro critici ai reticenti silenzi dei fautori. Non voglio sembrare reticente anch’io (odio i reticenti allo stesso modo degli indifferenti) ma a costo di scontentare tutti rispondo insieme di sì e di no.

Il fenomeno delle cosiddette “Sardine” è, a mio avviso, una forma (per quanto mi riguarda benedetta) di mobilitazione popolare nell’epoca dei populismi. Nel tempo storico, cioè, in cui la crisi strutturale della democrazia rappresentativa e il disfacimento della “forma-partito” ha reso lo “stile populista” in qualche misura universale, trasversalmente diffuso: ne ha fatto, potremmo dire, la forma generale assunta dalla politica. Nello scenario politico attuale – chiamiamolo post-moderno, o post- novecentesco, o addirittura post-politico – una dose, sia pur omeopatica, di populismo è presente in tutti gli attori politici.

Guardando specificamente all’Italia, populista è tutto il “centrodestra”, nel cui schieramento è presente quell’antesignano del populismo 2.0 (del populismo di seconda generazione tipico di questo nuovo secolo) che è appunto Silvio Berlusconi, il padre del video populismo già negli anni Novanta. Naturalmente populisti – populisti classici – sono i 5Stelle. Ma populista è stato anche il Pd renziano (populista dall’alto, populista “di governo”, ma POPULISTA), e in parte lo è pure Zingaretti (di un populismo flebile, impacciato dalla difficoltà a guardare fuori dalle proprie finestre, eppure anch’esso segnato dall’inconfondibile vocazione a regolarsi sugli ipotetici umori volubili di un’entità generica qualificata come “popolo”). E populista è ovviamente la Lega di Matteo Salvini: populista sovranista, il peggior tipo di populismo, quello che ha fatto appunto scattare, come reazione “fisiologica”, la mobilitazione della “Sardine”. Il populismo non è di per sé “il Male”. È un sintomo: il sintomo della malattia della democrazia, in particolare della democrazia rappresentativa nel momento in cui non riesce più a rappresentare il popolo (il Demos, appunto: il fattore che compare nella radice stessa del suo nome).

In quanto tale non è necessariamente negativo: come tutti i sintomi può funzionare da segnale d’allarme, per spingere il malato a curarsi… In un acuto saggio intitolato “La politica en los bordes del liberalismo” il politologo latino-americano Benjamin Arditi ha paragonato il populista del XXI secolo a un “invitado incòmodo”: all’ospite di un party elegante, pieno di gente raffinata e snob, il quale beve troppo, parla a voce alta, dice cose volgari e infastidisce le signore – uno che non si vorrebbe mai aver invitato – ma che ogni tanto, magari per il troppo alcol, si lascia scappare qualche verità sgradevole, come per esempio – dice Arditi – che “la democrazia non rappresenta più un sacco di gente”. E che troppe persone, che retoricamente si continua a chiamare cittadini, in realtà sono messe al margine, dimenticate e spesso sacrificate, e a un certo punto non accetteranno più il posto (scomodo) che i titolari del potere istituzionale vorrebbero imporre loro. Per un po’ di anni i populisti nostrani hanno svolto questa funzione di sintomo (penso soprattutto ai grillini): gli stessi VaffaDay erano espressioni da “invitado incòmodo”.

Poi, dopo la doccia scozzese della prova del governo (prova del fuoco, cui non sono sopravvissuti) qualcosa è cambiato: quell’ospite, cambiatosi d’abito, da giallo a verde bruno, ha incominciato a esagerare, a berciare sempre più forte, a pretendere di dettar legge, di avere i “pieni poteri”, di chiudere fuori dalla porta gli altri, e magari se del caso di cacciarne qualcuno sott’acqua, ha diffuso parole di odio, ostentato disprezzo per i sentimenti umani e per la pratiche di solidarietà, in un delirio di onnipotenza intollerabile. Ed è a quel punto che si sono mobilitate le difese immunitarie. Piazza Grande a Bologna è stata appunto questo: una grande agglomerazione di anticorpi come reazione al clima asfissiante creato dalle retoriche disumanizzanti di questo turbo-populismo virato sempre più ostentatamente e velocemente su posizioni da destra radicale. Sono la parte di Paese che non accetta che l’immagine dell’Italia e degli italiani sia monopolizzata da chi invece ne offende storia e radici.

Dicono che il populismo geneticamente modificato verde-bruno non ha l’esclusiva del “popolo”. Che di fronte ha un altro popolo; anzi, altri popoli, che muovono in direzione ostinata e contraria. E lo fanno – in questo forse si può vedere una traccia di stile populista – fuori da ogni mediazione partitico-politica. Grazie a un’idea felice di un piccolo gruppo di giovani, e a un meccanismo spontaneo di contagio (esattamente come funziona ogni sistema immunitario degno di questo nome). Fa ridere l’insinuazione di chi li accusa di essere “agenti del Pd”, “telecomandati” dal centro sinistra (sic!), “utili idioti” di qualcuno. Giorgia Meloni ha parlato addirittura di un “movimento etero diretto da Prodi e Zingaretti” (con un’ esilarante sopravvalutazione dei suddetti). Sono solenni idiozie. Le “Sardine” sono, e finora restano, l’espressione di uno spontaneo moto di rivolta di un organismo civile che si sente minacciato nei suoi fondamenti vitali. E non dico poco! E’ questa la loro forza: questa indipendenza (che io chiamo “innocenza”) rispetto alle patologie della politica politicante di questi mesi e di questi anni.

Questa loro “im-politicità”, che è in realtà essenza della politica. Esiterei anche a chiamarlo “Movimento”, che implica una continuità di azione e una cultura politica condivisa che è del tutto prematuro certificare. Sono, potremmo dire, gli unici che hanno saputo stare “in situazione”, balzando fuori da una vita quotidiana condivisa con milioni di altri come loro (il “popolo”, appunto, come nella sua materialità è) e cogliendo miracolosamente l’attimo per un’azione efficace. Straordinaria per lucidità auto-analitica la frase di uno del gruppo che ha attivato lo start-up, Mattia Santori, rivolta a Salvini: “Abbiamo imparato il tuo lavoro in sei giorni. Ora prova tu a fare il nostro, a stare in una classe con bambini disabili, impegnarsi per i diritti, fare i lavoretti… è questa l’Italia”.

Vorrei che non li si assillasse, chiedendo certificati genealogici che (per loro fortuna) non hanno e non possono fornire. Vorrei che non li si forzasse a darsi strutture e programmi qualificanti (a diventare “come gli altri” e cioè a suicidarsi in culla). Vorrei che per ora li si ringraziasse per il servizio prestato ai residui di civiltà di questo Paese.

Un articolo di Marco Revelli - 23 11 2019

Data ultima modifica: 3 dicembre 2019