Scuola: l’emergenza dimenticata

Lorenzo Fioramonti è un giovane uomo al centro dei suoi quarant’anni. Era neonato negli anni di piombo, si laureava in Filosofia mentre finiva il Novecento. Classe 1977, è cresciuto quando le grandi battaglie ideologiche si erano già consumate tutte.

Ha un eccellente curriculum di studi e di formazione internazionale, una reputazione di economista nel mondo costruita su tesi, pubblicazioni e libri, sul suo pensiero insomma, una moglie tedesca poliglotta, due figli, una cattedra in Sudafrica, un bel sorriso, una schiettezza nel dire che gli ha procurato spesso qualche problema.

Togliere il crocefisso e mettere una carta geografica del mondo dietro la cattedra, in ogni aula, è per esempio qualcosa che in Italia non si può dire, essendo questo Paese ostaggio dell’influenza vaticana sulla politica, la politica di governo da sempre subalterna al lasciapassare della Chiesa. Negli anni in cui chi ha qualcosa da dire prova a farlo, avendo ancora giovanile fiducia che serva, si è affacciato all’Italia dei Valori di Di Pietro: come molti di coloro che hanno poi riparato nel Movimento Cinquestelle e con l’idea, immagino, di combattere la corruzione, i padrinati, "il Sistema". È diventato sottosegretario all’Istruzione, con i Cinquestelle, nel primo governo Conte (quello con la Lega) e poi ministro dell’Istruzione nel Conte due, quello col Pd. Non saprei dire se Fioramonti sia un uomo di sinistra, immagino che lui stesso consideri la categoria desueta come tanti suoi coetanei. Posso senz’altro dire però che le sue parole nel giorno delle dimissioni sono sacrosante e - una per una - da conservare e ricordare a futura memoria.

Un governo progressista che non metta l’istruzione al primo posto ha fallito. Tutto il resto sono chiacchiere, tecnicismi che mascherano concessioni alle lobbies finanzianti. Un governo progressista "può e deve" investire sulle persone perché "l’economia si basa sul capitale umano", ha scritto nel suo congedo. Sulle persone, sui nostri figli, sulla loro formazione. Il potere è conoscenza, a dispetto della vulgata populista. Non è vero che l’unica uguaglianza possibile è con l’ultimo della fila, a fare a gara di insulti e di rutti: compito della politica è portare gli ultimi al livello dei primi, provarci almeno, e che tutti abbiano gli strumenti per capire, dissentire, costruire. Il sapere è l’unica forma democratica di potere, e se questo governo "progressista" non mette i soldi che servono (24 miliardi, ma 3 sono "la linea di galleggiamento". Sotto i 3 l’affondamento) allora non è al servizio del progresso, è colpevole del peggiore dei delitti: lo diceva Calamandrei, scrive Fioramonti. Il futuro di un Paese lo disegna la sua scuola, che non è una spesa ma un investimento, e la vera crisi economica che abbiamo di fronte non è l’emergenza migranti, non sono i giovani di altri mondi che arrivano: sono i giovani di questo Paese che se ne vanno.

Un’emorragia di competenza e conoscenza che ha fatto strage di generazioni, costrette ad andarsene dall’Italia e accolte altrove da altre nazioni con intelligenza, lungimiranza e stipendi dignitosi. In un Paese normale si discuterebbe oggi delle ragioni che hanno portato Fioramonti alle dimissioni: si parlerebbe di cosa dice. Aveva proposto microtasse di scopo per finanziare la macchina del sapere: sulle merendine "al sapore di" e sulle bibite zuccherate, perché il cibo industriale è nemico della salute e amico dei profitti di chi lo produce. Sui biglietti aerei perché se vuoi andare veloce inquinando di più ti puoi anche permettere un euro di tassa: un sovrapprezzo da reinvestire in conoscenza. Ma certo: le lobbies dell’industria alimentare e dei trasporti aerei non sono d’accordo, e la politica obbedisce. Si tratta di scegliere, di avere il coraggio di fare quel che serve a molti e non ciò che conviene a pochi: di governare, insomma.

Di questo, si parlerebbe oggi: dei milioni di insegnanti, ricercatori, precari della docenza e dello studio che eroicamente e per cifre ridicole portano avanti un’idea di futuro. Della scuola che cresce i figli nati qui da chi è arrivato da altrove, e che da sola potrebbe "fare politica" di integrazione, se solo avesse i mezzi. Di scuole che scompaiono dai paesi, palestre inesistenti nelle città, di carta igienica nei bagni e insegnanti di sostegno per chi può farcela se qualcuno lo aiuta, di chi sperimenta l’impensabile e inventa il tempo che verrà. Si parlerebbe di musica nel Paese del bel canto, di lingue antiche che sono la radice della nostra e di teatro, il gioco della vita e del mondo. Di scienze, di tecnologie, di come capire e governare il futuro. Di noi fra trent’anni. Ma no, non si parla di questo.

Si parla di noi fra tre mesi: delle ragioni occulte, politiche, delle dimissioni del ministro. Che forse è in combutta con qualcuno che lo manovra, che forse sta solo facendo da sponda a Conte per fare un nuovo gruppetto di suoi supporter, e allora Goffredo Bettini, e allora Zingaretti, e allora Renzi. E guarda cosa dice Forza Italia, e cosa Giorgia Meloni. Chissà perché lo ha fatto, perché si è dimesso a Natale, a quale scopo. Dietro ogni sospetto c’è una cattiva intenzione, e può darsi che gli esperti di intenzioni pessime abbiano ragione. Resta il fatto che erano anni, decenni che non si sentiva qualcuno al governo dire: bisognerebbe investire sul sapere, se il gruppo di cui faccio parte non lo farà non voglio il mio nome nei titoli di coda. Poi aspettare la legge di Bilancio, poi con parole esatte rinunciare: un gesto formidabile, drammatico. Una grande opportunità per smettere di criticare (manca tutto, nelle scuole: ma tutto) fermarsi dieci minuti e dire: sì, un governo progressista che non mette la scuola al primo posto ha fallito, può anche andare a casa. Sono sicura che non succederà, conosco l’argomento: arriverebbero i brutti e cattivi. I buoni e lungimiranti sono questi.

Un articolo di Concita De Gregorio 27 12 2019 La Repubblica

Data ultima modifica: 4 gennaio 2020