“Lo Stupro”: la violenza e il coraggio di Franca Rame, eroina moderna armata solo di parole

La sera del 9 marzo del 1973, Franca Rame viene affiancata da un furgone in via Nirone, a Milano. Costretta a salirvi, viene torturata e violentata a turno da cinque esponenti dell’ambiente neofascista, che le spaccano gli occhiali, le feriscono viso e corpo usando una lametta, le spengono addosso alcune sigarette. Viene poi abbandonata, in stato confusionale. Si tratta di uno stupro punitivo: i violentatori sono eversori di destra che vogliono farle pagare le sue idee politiche e le sue battaglie civili. Lo stupro vuole ferire la donna, zittirla, umiliarla, “darle una lezione”. Fortunatamente, però, non sempre la violenza riesce in questo intento e può succedere che dall’episodio doloroso nasca un’opera d’arte che, che dà voce al trauma, parla del dolore che tante altre donne hanno subìto, trasformandosi in un potente mezzo di denuncia. È quello che è riuscita a fare Rame, superando la vergogna e la sofferenza del rievocare quei fatti.

Attrice, drammaturga e attivista, Franca Rame cresce fin da bambina nel mondo del teatro, essendo nata nel 1929 in una famiglia di lunga tradizione teatrale, legata al mondo delle marionette. Quando a vent’anni incontra Dario Fo è già un’attrice. La loro relazione è insieme una storia d’amore e un sodalizio artistico e politico indissolubile. Si sposano nel 1954 e l’anno dopo nasce il figlio Jacopo. Non si fermano mai, tra la compagnia teatrale che porta i loro nomi, il collettivo Nuova Scena fondato nel 1968 – quando aderiscono al movimento della contestazione –, e il gruppo di lavoro La Comune; ma anche il Soccorso Rosso, organizzazione da loro fondata negli anni di piombo in sostegno dei condannati di sinistra.

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Data ultima modifica: 9 marzo 2020