L’abbandono scolastico dell’anno prossimo

Si è concluso un anno scolastico come si spera di non doverne mai più passare, ma l’emergenza non finisce a giugno, o con gli esami. Dopo lo tsunami della pandemia ci sarà una lunga risacca di cui è bene cominciare a ragionare fin d’ora in termini didattici, non solo di sicurezza sanitaria.

Siamo di fronte al rischio assai concreto di assistere a un’impennata dell’abbandono scolastico, e non è difficile immaginare perché: a fronte di una situazione generale di grande stress, i ragazzi più deboli saranno quelli in maggiore sofferenza, e potrebbero gettare la spugna.

Questo è particolarmente vero per le prime classi, in particolare alle superiori. Se già è difficile in tempi normali adattarsi a una nuova scuola e a un nuovo ciclo, a settembre 2020, con tutte le restrizioni e le procedure emergenziali, la voglia di fuga inevitabilmente aumenterà.

Non sono però soltanto questi studenti a trovarsi di fronte a una sfida piuttosto dura. Anche gli studenti degli anni intermedi avranno delle belle gatte da pelare, soprattutto quelli che dovranno recuperare le insufficienze. La domanda è: recuperare come? L’ordinanza ministeriale sulla valutazione prevede un recupero da svolgere sin dal 1° settembre e attività eccezionali che possono protrarsi per l’intero anno. Questo è un provvedimento giusto e sacrosanto, ma come bisogna intenderlo? Per quel che è dato capire, da un lato ci saranno i recuperi delle insufficienze, dall’altro l’integrazione per gli argomenti del programma non svolti.

Se questo approccio è quello più giusto, perché si fa carico di quel che la Dad non ha potuto offrire anche là dove è stata svolta e seguita al meglio, è pur vero che chi ha avuto insufficienze, o in ogni caso ha avuto difficoltà, dovrà fare un lavoro ciclopico: recupero di alcune materie, integrazione del “non svolto” e didattica curricolare “normale”. È facile immaginare quanta confusione possa venire dal sovrapporsi di attività e argomenti, anche laddove i consigli di classe, consapevoli di questo, abbiano ridotto al minimo essenziale le insufficienze.

L’atteggiamento cauto tenuto dai docenti era probabilmente l’unico sensato, ma lo scarso numero di insufficienze non deve nasconderci che falle nell’apprendimento degli studenti, per colpe ovviamente non loro, ce ne sono comunque.

A questo si aggiunga che le scuole, come tutti sanno, sono chiuse dal 5 marzo, e in alcune regioni addirittura da prima. Ciò significa che a settembre saranno sei mesi che non c’è attività scolastica in presenza. Anche con una buona Dad alle spalle, riprendere a studiare “in maniera tradizionale” dopo così tanti mesi (e che mesi!) sarà una fatica enorme. È già noto in letteratura come le nostre vacanze estive siano troppo lunghe, e quanto negativamente questo incida sugli apprendimenti, figurarsi adesso.

Le sfide organizzative, dunque, sono due. Una è quella materiale della disposizione degli studenti in classe e nei corridoi, con relativi calcoli e metrature, l’altra è quello della disposizione della didattica. È la sfida che mi preoccupa di più, perché la progettazione didattica delle scuole italiane, almeno alle medie e alle superiori, tende a essere un semplice accumulo di argomenti, non un progetto organico.

La retorica del sacrificio che pare permeare l’approccio all’istruzione da parte di un bel pezzo di opinione pubblica e classe docente è una comoda scappatoia: "Cari miei, c’è stata la pandemia, ora vi tocca mettervi sotto". "Mettersi sotto" è il passepartout della didattica italiana e con lo sforzo che dovremo fare a settembre diventerà un mantra ancor più comune. Però non è così che funziona.

Lo sforzo e l’impegno sono elementi essenziali allo studio. L’apprendimento, dicono gli anglosassoni, è necessariamente effortful, checché se ne dica. Ma tra effortful e soverchiante c’è una differenza. Non possiamo mettere gli studenti di fronte a un muro invalicabile soltanto perché non abbiamo pensato bene a come organizzare le cose.

A settembre i nostri studenti saranno, dal punto di vista scolastico, dei reduci: fuori forma, senza concentrazione, stanchi ancora prima di cominciare e con alle spalle sei mesi di tensione e confusione. E noi pensiamo di poterli travolgere con una quantità di lavoro che avremmo ritegno a scaricare su di loro in tempi normali? È chiaro che non è una soluzione. Quando si tratta di apprendimento scolastico abbiamo la tendenza a pensare che tutto possa essere compresso a piacere (basti vedere quanta roba c’è nelle Indicazioni nazionali...), ma non è così: con la pretesa di fargli fare tutto, otterremmo di non fargli fare nulla.

L’unica soluzione possibile è evitare il più possibile la sovrapposizione dei tre canali di recupero, integrazione e nuovi argomenti curricolari. Anzi, è necessario riportare tutto il lavoro didattico in un unico alveo, sia pure con qualche inevitabile “diramazione”.

Tutti gli studenti avranno bisogno di aiuto e assistenza, anche i migliori. Tutti avranno bisogno di ritornare su argomenti che inevitabilmente durante la Dad saranno stati trattati, quantomeno, in maniera più stringata. Un buon punto di partenza, quindi, sarebbe saldare il recupero (che sarebbe solo per alcuni) a un vero e proprio ripasso (per tutti). In questo modo i vecchi argomenti verrebbero ri-affrontati non solo dagli insufficienti, ma anche da quelli che, per le ragioni di opportunità di cui dicevamo prima, hanno avuto un sei “tattico” o “generoso”. Per gli studenti più brillanti poi sarebbe un’occasione valida per verificare e approfondire i propri apprendimenti. Didatticamente ciò richiede un certo lavoro preparatorio ai docenti, ma nulla di impossibile, considerando che i ragazzi migliori sono anche i più autonomi.

Ovviamente tutto questo richiederebbe tempo, e una revisione sostanziale del calendario scolastico. Il rientro in classe dovrebbe perciò essere anticipato al 1° settembre per tutti, non solo per gli insufficienti. E allo stesso modo, la fine dell’anno scolastico andrebbe spostata in avanti al 30 giugno, avendo cura di ricalibrare le varie sospensioni della didattica (Natale, Pasqua e ponti vari) in modo da far sì che gli studenti non arrivino stravolti alla fine di un anno scolastico così lungo.

Per compattare di più i tempi di questo schema, ma senza esagerare nel carico di lavoro, sarebbe anche il caso di recuperare il meglio dell’esperienza digitale maturata e arricchire l’offerta didattica annuale con elementi di Dad, tanto più che si è capito che questa, sia pure in modalità "mista", sarà inevitabile, data la scarsa agibilità delle scuole in regime di distanziamento. Non ci si arriverebbe in maniera improvvisata, ma avendola preparata e calibrata, scegliendo gli argomenti che meglio si prestano a essere parzialmente "spostati" online, con una tempistica ragionevole e con un abbattimento pressoché totale delle video-lezioni in favore dei lavori asincroni.

La pandemia ha fatto danni duraturi, bisognerà rispondere con interventi altrettanto duraturi.

Un articolo di Francesco Rocchi - Ed. Il Mulino

Data ultima modifica: 9 luglio 2020