Si, il lockdown non ha fatto bene alla scuola, ma ora è il momento di impegnarsi per recuperare

Sì, il lockdown non ci ha fatto bene. Non ha fatto bene ai docenti e non ha fatto bene ai ragazzi. Ha messo in luce le differenze, ha reso più fragili i deboli, più lontani i distanti, più chiusi gli introversi. Eppure…”. Mentre si torna a discutere di possibile ritorno alla didattica a distanza visto l’aumento dei contagi, su il Libraio.it la riflessione di Valentina Petri, insegnante e autrice di “Portami il diario”, che guarda ai prossimi mesi: “Prima di contare i danni, preferisco mettermi d’impegno per arginarli. Non può essere troppo tardi”

Ho letto l’allarmante articolo di Repubblica in merito ai drammatici effetti del lockdown sugli studenti italiani in un’ora buca, a scuola. Al suono della campanella (ehm, al triplice suono della campanella, ogni classe ha i suoi), un po’ turbata, sono entrata in classe e ho interrogato. Non che abbia subito voluto traumatizzarli, dando il mio contributo al disagio degli studenti, che sono adolescenti e quindi hanno già il loro, di disagio, per il semplice fatto di stare attraversando uno dei periodi più incasinati della vita.

È che la scuola ormai è iniziata da un mese, un po’ di cose le ho spiegate e vorrei vedere se le hanno capite. La prima volontaria è una ragazza diligente che con le sue risposte argomentate mi lascia soddisfatta ma non sorpresa; il secondo un giovane che combatte da sempre una personale battaglia con il fatto che le cose da dire sono tante, il più è farle uscire in ordine (ce l’abbiamo tutti un amico così, che quando ti racconta un film va avanti e indietro nella storia e continua a dire “ah, ma non ho detto una cosa importante”). Il terzo è agitato. Me lo dice candidamente, tamburella con il piede, “prof, sono agitatissimo, manco mi ricordo più come si fa”.

A parlare davanti a un adulto che ti pone delle domande, ti giudica, ti valuta. “E’ come andare in bicicletta, vedrai”, gli dico, e infatti lui comincia a pedalare, prima lentamente e poi sempre più convinto. Sì, il lockdown non ci ha fatto bene. Non ha fatto bene ai docenti e non ha fatto bene ai ragazzi. Ha messo in luce le differenze, ha reso più fragili i deboli, più lontani i distanti, più chiusi gli introversi.

Eppure mi è tornato alla mente un preside che dirigeva una scuola in cui sono stata supplente. Quando ci toccava valutare agli scrutini gli alunni più difficili e noi eravamo tutti con il dente avvelenato pronti a elencare la lunga serie di infrazioni al regolamento di istituto, lui ci chiedeva sempre “e rispetto all’inizio dell’anno non c’è stato nessun miglioramento? in niente? nei rapporti con gli altri? nel modo di esporre? nell’autonomia?”. E chiedeva sempre l’opinione di tutti i colleghi, perchè – diceva – non è possibile che uno non riesca a migliorare proprio in niente. Un po’ ci innervosiva, un po’ saltavano fuori cose interessanti. Ecco, anche con la dad sono venute fuori cose interessanti, perché ci ha obbligati a confrontarci con la realtà, schiaffandocela in faccia così forte che non si poteva non vederla.

L’ha fatto con i professori e l’ha fatto con i ragazzi. Sì, probabilmente il secondo quadrimestre dell’anno scorso non è stato perfetto, in casa il clima era pesante, i mezzi pochi, le risorse non abbastanza. Ma, per esempio, hanno imparato che venire a scuola non è così male. E che abbiamo dimenticato in quei mesi tante cose, dal complemento oggetto alle formule, mi pare concedere al virus un po’ troppo spazio. C’è stata anche l’estate, di mezzo. Non mi ricordo di aver mai iniziato un anno scolastico senza urlare, nell’arco delle prime settimane “Non è possibile, non vi ricordate più niente!”, insieme al grande cavallo di battaglia “ma come? non avete fatto niente lo scorso anno?”.

Sarebbe bello dare la colpa al docente che mi ha preceduto, ma spesso sono io. E quanto al fatto che abbiano scordato l’ortografia, siamo onesti, non erano fortissimi neanche prima. Prima di contare i danni, preferisco mettermi d’impegno per arginarli. Non può essere troppo tardi.

Un articolo de Il Libraio 14 10 2020

- L’AUTRICE E IL SUO PRIMO ROMANZOValentina Petri vive a Vercelli, dove insegna lettere all’istituto professionale Francis Lombardi. Dal 2017 condivide le sue storie di scuola sulla pagina Facebook Portami il diario. Che dà anche il nome al suo primo romanzo, in libreria per Rizzoli. Un libro in cui racconta la scuola dal punto di vista (autoironico) di una prof di lettere in un istituto professionale.

Quando entra in aula per la prima volta, Valentina è “Quella Nuova” e ha davanti ventotto futuri meccanici: c’è uno che si rifiuta di togliere gli auricolari e un altro che messaggia con la tipa; c’è Amebo che fissa il vuoto con aria indifferente; Piallato steso sul banco per nascondersi; il Trucido che ingurgita un panino al tonno. Siamo a settembre, ma l’anno scolastico sembra già lunghissimo. Eppure i giorni passano: passano sempre. E, tra petardi esplosi in cortile e turbolente gite all’Expo, capitano momenti di inaspettata meraviglia, in cui gli studenti abbassano la guardia e scelgono di fidarsi. Sono i momenti raccontati in questo libro, che ci riporta tra i banchi con lo sguardo amorevole e ironico di una prof. E ci ricorda che i ragazzi, se tendi loro la mano, sanno stupirti come nessun altro.

Data ultima modifica: 15 ottobre 2020