UNA CATTEDRA, UNA SEDIA, UN PC

Una cattedra, una sedia, un pc portatile.

Davanti ai miei occhi i banchi sono ancora perfettamente allineati e distanziati, eppure da oggi nessuno siederà più in quei posti.

Questa mattina in aula non ho trovato Davide, un futuro scienziato, che durante le lezioni di biologia amava intervenire con riflessioni e curiosità personali; le accettavo sempre di buon grado.

Non ho trovato Chiara, una ragazzina tanto introversa quanto intelligente; quando la lezione me lo consentiva provavo a coinvolgerla in lavori di squadra per aiutarla ad emergere e ad integrarsi con il gruppo classe.

Ho sentito finanche la mancanza di Nicolas, il simpatico della classe, che puntualmente spostavo al primo banco perché era solito distrarsi facilmente; cercavo di coinvolgerlo, di guadagnarmi la sua attenzione, di trasmettergli il “piacere dell’apprendimento”.

E Fabio? Ogni mattina da due settimane sempre la stessa domanda: “Profe (l’equivalente del nord di “professò”) quando ci porta in laboratorio?”

L’ultimo giorno programmato di didattica in presenza ho fatto in tempo ad accontentarlo; non l’ho mai visto così coinvolto nella lezione prima di quel giorno. Sono stato entusiasta quasi quanto lui.

Questa mattina mancava anche quella ragazzina indiana appena trasferitasi in Italia seduta sempre in prima fila, di cui fatico sempre a ricordare il nome; per lei la scuola era soprattutto il luogo in cui poter apprendere l’italiano attraverso la socializzazione con i coetanei, per potersi un domani integrare nella nostra società.

Senza dimenticare tutti quei ragazzi che per difficoltà di varia natura avevano bisogno di insegnanti di sostegno per stare al passo con i propri pari.

Sono un insegnante da sole due settimane ma ho già compreso che il contatto giornaliero con gli studenti è l’aspetto più appagante di questo lavoro. Non la prospettiva economica, non il valore sociale, ma l’aspetto puramente affettivo; il legame che inevitabilmente si instaura con ognuno di loro. E lo hanno capito anche loro: sono stato sorpreso nello scoprire quanto siano afflitti da questa nuova privazione e di quanta voglia abbiano di venire a scuola. Probabilmente l’esperienza del lockdown ha creato in loro una maggiore consapevolezza, la riscoperta dell’importanza dello stare insieme a scuola.

La pandemia non sta privando questi ragazzi di conoscere come è fatta una cellula, quali opere ha scritto Leopardi o la storia della Seconda guerra mondiale; ci sarà sempre tempo e modo per recuperare delle conoscenze e apprendere nozioni.

Questa pandemia sta privando questi ragazzi dello sviluppo di quelle qualità e competenze personali e sociali che si possono sviluppare soltanto in una finestra ristretta della giovinezza e che saranno fondamentali per l’adulto del futuro: la costruzione del proprio io, il senso di autostima e autoefficacia, la consapevolezza di sé e la relazione con gli altri.

Una cattedra, una sedia, un pc portatile.

E il silenzio, di quelli assordanti che ti angosciano dentro.

Grazie per il post Rete Scuole (Luigi Caruso)

Data ultima modifica: 29 ottobre 2020