“Umiliare uno studente bendandolo non è didattica, che sia a distanza o meno”

“Quando ho provato a dire sui social che, se hai bisogno di bendare uno studente per capire se ha studiato, quello che non ci vede sei tu, mi ha scritto una prof per dirmi: ‘Ma che sarà mai! Ma lei non ha mai giocato a nascondino?’…”. Su il Libraio.it la riflessione di Enrico Galiano, insegnante e scrittore, che torna sull’ultima polemica in tempi di Dad

Una cosa, dopo un anno, spero si sia capita: pensare di fare a distanza le stesse identiche cose che si fanno in presenza è da pazzi.

Primo, perché è il modo più rapido e sicuro di far odiare lo studio: lo sappiamo tutti che per studenti e studentesse il bello della scuola deriva per una grossa percentuale dall’interazione coi compagni, e solo in piccola parte dall’apprendimento in sé.

Ho fatto un sondaggio fra i miei: la media dice circa il 90% interazione, 10% apprendimento. Lo so ragazzi: ha fatto male anche a me.

Comunque. Col 90% che se ne va di per sé, trasformare le lezioni a distanza in un prof che sta lì e parla per un’ora davanti a una webcam con gli studenti che ascoltano equivale a rosicchiare anche quel 10% restante. Insomma, una pacchia.

Ma non è solo quello: è che semplicemente non funziona. Dobbiamo capirlo che la distanza è proprio un altro sport: sarebbe come presentarsi a una partita di calcio con il pallone da rugby, il casco e tutto l’armamentario protettivo. Risultato: non solo ti passa la voglia, ma rischi anche di fare del male a qualcuno.

E l’abbiamo visto: il caso della ragazza bendata mica è isolato. Vi piacerebbe! No no: sono tantissimi i prof che fanno bendare i loro studenti.

Quando ho provato a dire sui social che, se hai bisogno di bendare uno studente per capire se ha studiato, quello che non ci vede sei tu, mi ha scritto una prof per dirmi: “Ma che sarà mai! Ma lei non ha mai giocato a nascondino?”.

Insomma: la ragazza bendata è solo la punta di un iceberg che va molto al di sotto di quel che vediamo.

E perché succede? Perché per alcuni prevale ancora la scaletta novecentesca dell’apprendimento. Che è questa:

– Io spiego

– Voi ascoltate, poi studiate

– Io vi interrogo, e quando vi interrogo dovete dirmi quello che vi ho spiegato e quello che c’è nel libro.

Seh, tanti saluti. Ci son un po’ cascato anch’io eh? All’inizio, soprattutto. Ma poi ho realizzato che stavo giocando a calcio col pallone da rugby.

Dobbiamo capirlo che il secolo in cui ci troviamo è il ventunesimo. La società è cambiata. Gli studenti sono cambiati. Ed è cambiata l’idea stessa di cultura, che adesso è molto più vicina a come la descriveva Umberto Eco: “Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti”.

La scuola che per valutare si basa solo su interrogazioni e verifiche, tanto che a distanza l’unica idea che le viene in mente è quella di bendare i propri studenti per capire se fanno i furbi, è una scuola spacciata.

Ma mica perché manca la fiducia: studenti e studentesse che ci provano ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre. È perché vuol dire che sei ancora convinto che la scuola serva solo a “sapere cose” e “ripetere cose”.

Certo che sapere le cose è importantissimo. Ma il vero fine è tutto un altro.

Non siamo lì per fare interrogazioni, ma per farli interrogare.

Non siamo lì per farci ripetere cose che sappiamo già, ma per aiutarli a scoprirne di nuove.

Non siamo lì per far loro vedere quello che noi vediamo, ma per allenare i loro occhi a cambiare sempre punto di vista.

Dobbiamo ridisegnare tutte le nostre mappe, in presenza ma a maggior ragione quando siamo a distanza. Metodi ce ne sono tantissimi, e anche le pubblicazioni uscite nell’ultimo anno possono aiutare (ne cito una fra le tante: La lezione segmentata. Ritmata, varia, integrata, di Dany Maknouz, Zanichelli).

Perché umiliare uno studente bendandolo, non è didattica a distanza: è qualcosa di molto distante dal potersi chiamare didattica.

L’AUTORE – Enrico Galiano sa come parlare ai ragazzi. In classe come sui social, dove è molto seguito. Insegnante e scrittore classe ’77, dopo il successo dei romanzi Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro molto particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti ora è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande (Garzanti).

14 04 2021 Un articolo pubblicato su Il Libraio.it

*immagine: Portrait Marie Therese - Picasso

Data ultima modifica: 14 aprile 2021